domenica 30 dicembre 2012

BIZZARRIA

ALL'IMPROVVISO BUSSANO ALLA PORTA, Etgar Keret, Feltrinelli
Anzichè andare a letto si mette davanti al computer a controllare la posta elettronica. Ha ricevuto un unico messaggio da un idiota che era stato suo compagno di classe alle elementari e che ha scovato il suo indirizzo di posta elettronica in un sito Internet. Ecco cosa c'è di frustrante in tutta questa tecnologia, pensa Sopracciglia unite. Gli inventori di Internet sono dei geni. e probabilmente credevano di contribuire al progresso dell'umanità con la loro invenzione, ma alla fine, anzichè sfruttare questo sistema ingegnoso per compiere ricerche e acquisire nuove conoscenze, c'è chi lo usa per rompere le scatole a un poveraccio che è stato suo compagno di banco in quarta elementare. Cosa dovrebbe rispondere a questo Yftach Rozales? Ti ricordi che avevamo disegnato una riga proprio in mezzo al banco? E che tu mi spingevi via col gomito ogni volta che la superavo? 

IL LIBRO
E' una raccolta di racconti, la maggior parte dei quali bizzarramente geniali. La comicità è sottile, l'umorismo fa leva su situazioni apparentemente normali e quotidiane ma in realtà assurde, come potevano essere i racconti di Kafka o i quadri di Escher. L'autore è israeliano e il suo paese, con tutte le nazionalità che vi sono confluite è il protagonista. Il tono è neutrale ma non si percepisce molto ottimismo.



Solennità del Natale del Signore, Omelia del Santo Padre

Benedetto XVI. Lunedì, 24 dicembre 2012

Dio si fa bambino 
Sempre di nuovo la bellezza di questo Vangelo tocca il nostro cuore – una bellezza che è splendore della verità. Sempre di nuovo ci commuove il fatto che Dio si fa bambino, affinché noi possiamo amarlo, affinché osiamo amarlo, e, come bambino, si mette fiduciosamente nelle nostre mani. Dio dice quasi: So che il mio splendore ti spaventa, che di fronte alla mia grandezza tu cerchi di affermare te stesso. Ebbene, vengo dunque a te come bambino, perché tu possa accogliermi ed amarmi.

Abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?
Se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta, ci sarebbe posto per loro? 
Sempre di nuovo mi tocca anche la parola dell’evangelista, detta quasi di sfuggita, che per loro non c’era posto nell’alloggio. Inevitabilmente sorge la domanda su come andrebbero le cose, se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta. Ci sarebbe posto per loro? E poi ci viene in mente che questa notizia, apparentemente casuale, della mancanza di posto nell’alloggio che spinge la Santa Famiglia nella stalla, l’evangelista Giovanni l’ha approfondita e portata all’essenza scrivendo: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?

Lasciare intrare a Dio
Ciò comincia col fatto che non abbiamo tempo per Dio. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, Egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’“ipotesi Dio”. Non c’è posto per Lui. 

Dio o io
Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per Lui. Noi vogliamo noi stessi, vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni. Siamo completamente “riempiti” di noi stessi, così che non rimane alcuno spazio per Dio. E per questo non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. A partire dalla semplice parola circa il posto mancante nell’alloggio possiamo renderci conto di quanto ci sia necessaria l’esortazione di san Paolo: “Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare!” (Rm 12,2). Paolo parla del rinnovamento, del dischiudere il nostro intelletto (nous); parla, in generale, del modo in cui vediamo il mondo e noi stessi. 
Egli bussa in modo sommesso eppure insistente alla porta del nostro essere e del nostro volere.

Egli bussa 
La conversione di cui abbiamo bisogno deve giungere veramente fino alle profondità del nostro rapporto con la realtà. Preghiamo il Signore affinché diventiamo vigili verso la sua presenza, affinché sentiamo come Egli bussa in modo sommesso eppure insistente alla porta del nostro essere e del nostro volere. Preghiamolo affinché nel nostro intimo si crei uno spazio per Lui. E affinché in questo modo possiamo riconoscerlo anche in coloro mediante i quali si rivolge a noi: nei bambini, nei sofferenti e negli abbandonati, negli emarginati e nei poveri di questo mondo.

Esiste la verità 
C’è ancora una seconda parola nel racconto di Natale sulla quale vorrei riflettere insieme a voi: l’inno di lode che gli angeli intonano dopo il messaggio circa il neonato Salvatore: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento”. Dio è glorioso. Dio è luce pura, splendore della verità e dell’amore. Egli è buono. È il vero bene, il bene per eccellenza. Gli angeli che lo circondano trasmettono in primo luogo semplicemente la gioia per la percezione della gloria di Dio. Il loro canto è un’irradiazione della gioia che li riempie. Nelle loro parole sentiamo, per così dire, qualcosa dei suoni melodiosi del cielo. Là non è sottesa alcuna domanda sullo scopo, c’è semplicemente il dato di essere colmi della felicità proveniente dalla percezione del puro splendore della verità e dell’amore di Dio. Da questa gioia vogliamo lasciarci toccare: esiste la verità. Esiste la pura bontà. Esiste la luce pura. Dio è buono ed Egli è il potere supremo al di sopra di tutti i poteri. Di questo fatto dovremmo semplicemente gioire in questa notte, insieme agli angeli e ai pastori.

Dove c’è Pace 
Con la gloria di Dio nel più alto dei cieli è in relazione la pace sulla terra tra gli uomini. Dove non si dà gloria a Dio, dove Egli viene dimenticato o addirittura negato, non c’è neppure pace. Oggi, però, diffuse correnti di pensiero asseriscono il contrario: le religioni, in particolare il monoteismo, sarebbero la causa della violenza e delle guerre nel mondo; occorrerebbe prima liberare l’umanità dalle religioni, affinché si crei poi la pace; il monoteismo, la fede nell’unico Dio, sarebbe prepotenza, causa di intolleranza, perché in base alla sua natura esso vorrebbe imporsi a tutti con la pretesa dell’unica verità. È vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza. È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti. Se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il “no” a Dio ristabilirebbe la pace. 

Figli dell’unico Padre 
Preseppe a Piazza San Pietro. Roma. 2012
Preseppe a Piazza San Pietro. Roma. 2012
Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero. Allora non siamo più tutti fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre che, a partire dal Padre, sono in correlazione vicendevole. Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile. Nella Notte Santa, Dio stesso si è fatto uomo, come aveva annunciato il profeta Isaia: il bambino qui nato è “Emmanuele”, Dio con noi (cfr Is 7,14). E nel corso di tutti questi secoli davvero non ci sono stati soltanto casi di uso indebito della religione, ma dalla fede in quel Dio che si è fatto uomo sono venute sempre di nuovo forze di riconciliazione e di bontà. Nel buio del peccato e della violenza, questa fede ha inserito un raggio luminoso di pace e di bontà che continua a brillare.

Diventare uomini di pace 
Così Cristo è la nostra pace e ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini (cfr Ef2,14.17). Come non dovremmo noi pregarlo in quest’ora: Sì, Signore, annuncia a noi anche oggi la pace, ai lontani e ai vicini. Fa’ che anche oggi le spade siano forgiate in falci (cfr Is 2,4), che al posto degli armamenti per la guerra subentrino aiuti per i sofferenti. Illumina le persone che credono di dover esercitare violenza nel tuo nome, affinché imparino a capire l’assurdità della violenza e a riconoscere il tuo vero volto. Aiutaci a diventare uomini “del tuo compiacimento” – uomini secondo la tua immagine e così uomini di pace.
Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile

Appena gli angeli si furono allontanati, i pastori dicevano l’un l’altro: Orsù, passiamo di là, a Betlemme e vediamo questa parola che è accaduta per noi (cfr Lc2,15). I pastori si affrettavano nel loro cammino verso Betlemme, ci dice l’evangelista (cfr 2,16). Una santa curiosità li spingeva a vedere in una mangiatoia questo bambino, del quale l’angelo aveva detto che era il Salvatore, il Cristo, il Signore. La grande gioia, di cui l’angelo aveva parlato, aveva toccato il loro cuore e metteva loro le ali.

Pace a Betlemme 
Andiamo di là, a Betlemme, dice la liturgia della Chiesa oggi a noi. Trans-eamustraduce la Bibbia latina: “attraversare”, andare di là, osare il passo che va oltre, la “traversata”, con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo meramente materiale per giungere all’essenziale, al di là, verso quel Dio che, da parte sua, è venuto di qua, verso di noi. Vogliamo pregare il Signore, perché ci doni la capacità di oltrepassare i nostri limiti, il nostro mondo; perché ci aiuti a incontrarlo, specialmente nel momento in cui Egli stesso, nella Santissima Eucaristia, si pone nelle nostre mani e nel nostro cuore.

Andiamo di là, a Betlemme: con queste parole che, insieme con i pastori, ci diciamo l’un l’altro, non dobbiamo pensare soltanto alla grande traversata verso il Dio vivente, ma anche alla città concreta di Betlemme, a tutti i luoghi in cui il Signore ha vissuto, operato e sofferto. Preghiamo in quest’ora per le persone che oggi lì vivono e soffrono. Preghiamo perché lì ci sia pace. Preghiamo perché Israeliani e Palestinesi possano sviluppare la loro vita nella pace dell’unico Dio e nella libertà. Preghiamo anche per i Paesi circostanti, per il Libano, per la Siria, per l’Iraq e così via: affinché lì si affermi la pace. Che i cristiani in quei Paesi dove la nostra fede ha avuto origine possano conservare la loro dimora; che cristiani e musulmani costruiscano insieme i loro Paesi nella pace di Dio.
Benedetto XVI fa il messaggio Urbi et Orbi. Roma, 25 de dicembre 2012
Benedetto XVI fa il messaggio Urbi et Orbi. Roma, 25 de dicembre 2012

Quello urgente e quello importante
I pastori si affrettavano. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante. Perché non dovremmo essere presi anche noi dalla curiosità di vedere più da vicino e di conoscere ciò che Dio ci ha detto? Preghiamolo affinché la santa curiosità e la santa gioia dei pastori tocchino in quest’ora anche noi, e andiamo quindi con gioia di là, a Betlemme – verso il Signore che anche oggi viene nuovamente verso di noi. Amen.

venerdì 28 dicembre 2012

UN ALTRO NATALE

SORELLA, Rosamund Lupton, Giano editore
Finalmente capisco la passione per il giardinaggio tua e della mamma. E' un miracolo vedere crescere e rinnovarsi la vita a ogni stagione. Non c'è da meravigliarsi che partiti politici e religiosi facciano propri immagini di foglie verdi e simboli primaverili. Stasera me ne approprio anch'io e mi concedo di sperare che la morte non sia definitiva; che, come nella saga di Narnia che piaceva tanto a Leo, da qualche parte ci sia un paradiso dove la Strega Bianca è morta e le statue riprendono vita. Stasera non mi sembra così inconcepibile.

IL LIBRO
Splendida opera prima. E' un giallo ma dai tocchi tipicamente inglesi, maestri nel campo. L'ho letto e l'ho passato alla mia mamma, che di solito non ama questo genere, e a sua volta lei lo ha passato alla coetanea vicina di casa. E' il successo di questo libro: il passaparola, basti vedere che la casa editrice che lo ha pubblicato non è delle più grandi. Ha degli aspetti geniali, tiene col fiato sospeso ma senza violenza o gusto per l'orrido ed è evidentemente frutto di una mente colta. Con tanto di sorpresa finale!

FATTO DI CRONACA
E' successo qualche giorno fa, proprio nel quartiere dove c'è la scuola in cui io lavoro.



Dalla cronaca locale:
Ho scritto "una storia di Natale", ma le storie di Natale finiscono bene.
Questa invece no. Non ci saranno nomi, perchè non ha avuto neppure l'onore della cronaca sui giornali, quindi non ho un testimone o una fonte accreditata se non le voci che si rincorrono nel popoloso quartiere Tessera a Cesano Boscone, in provincia di Milano.

In questo quartiere, nelle le case popolari dell'Aler costruite in stile bolscevico negli anni settanta e nei palazzoni privati più carini ma comunque oramai datati che risalgono agli anni sessanta, vive tanta gente buona e altrettanta gente cattiva. Forse la gente cattiva è predominante numericamente, ma la gente buona è buona sul serio. Qui viveva un uomo di ottant'anni che ha passato la sua vita e il suo tempo libero a occuparsi degli altri, del Quartiere Tessera, della Parrocchia e dell'Oratorio. Gli anni erano tanti, ma per lui il riposo non esisteva e così alla sera, dopo la Messa delle 18 nella Parrocchia di Sant'Ireneo, prendeva la pisside con le Eucaristie e si recava nelle case degli ammalati che avevano chiesto di poter partecipare alla Comunione, anche se non potevano uscire di casa.

Una sera di qualche settimana fa, dopo la Messa serale, quest'uomo è uscito dalla Chiesa con stretta sul cuore la custodia delle Eucaristie e dopo aver fatto pochi passi dal sagrato della Chiesa di Sant'Ireneo, nel buio della sera e dell'indifferenza, è stato aggredito da un gruppo di ragazzotti. Un gruppo di giovani che hanno già fatto la loro scelta di vita e hanno voluto scegliere la cattiveria e la mancanza di pietà. Per tante persone, le vite di questi giovani sono vite perse, inutili, destinate a finire male e a far soffrire il prossimo. Per l'uomo che camminava lungo i marciapiedi sporchi del Quartiere Tessera con la Pisside delle Eucaristie stretta fra le
braccia, no: lui li avrebbe aiutati e accolti. Loro lo sapevano ma credevano che in quella scatoletta stretta fra le braccia con amore potessero esserci dei soldi. Così lo hanno circondato e picchiato fino a quando non è caduto per terra , perdendo i sensi. E' facile, quando si è giovani e forti, buttare per terra un anziano di 80 anni.

Quando lo hanno visto per terra, sanguinante, con ancora la custodia ben stretta fra le braccia, con il viso bianco e contratto dal dolore, e quando i pochi passanti non hanno più potuto far finta di non vedere, gli aggressori si sono dileguati.
L'anziano è riuscito ad alzarsi, forse aiutato da qualche passante, ed è tornato a casa sua, da solo. E' riuscito a sdraiarsi sul letto ancora vestito. Suo figlio lo ha trovato così, in fin di vita, con le Eucarestie ancor saldamente strette al cuore.

Dopo pochi giorni, è morto in ospedale, a causa della commozione cerebrale e delle botte ricevute. Non si sa ancora chi si è reso colpevole di questo omicidio così terribile, ma si spera che finisca, per il suo stesso bene, i suoi gironi in carcere, perchè è l'unico modo che avrà per espiare su questa terra l'omicidio di questo martire, morto letteralmente per difendere Gesù Cristo, a 2012 anni dalla sua nascita.

sabato 17 novembre 2012

GUERRA FREDDA

CODICE A ZERO, Ken Follett, Mondadori
Com'era finito lì? Si sforzò di pensare. Cos'era accaduto la sera prima? Non riusciva ricordare.
Il terrore cieco ritornò non appena si rese conto che non ricordava assolutamente nulla. 
Strinse i denti per impedirsi di urlare. Il giorno precedente...quello prima ancora... niente. Come si chiamava? Non lo sapeva. 

IL LIBRO

Difficile che Ken Follett non centri il bersaglio. Lo sfondo è la guerra fredda, le spie americane che votano la loro vita al comunismo russo ma che sono terrorizzate all'idea di andare a vive a Mosca., giovani intelligenti, che hanno studiato ad Harvard, che hanno rischiato la loro vita per liberare l'Europa dal nazismo e raramente hanno dovuto preoccuparsi della loro situazione economica eppure attratti da un ideale attraente. Forse è per questo che la vicenda appassiona ma non troppo, è un passato non lontano ma che ha perso il suo fascino. Solo James Bond tira ancora la carretta!!!
L’avventura suprema è nascere. Così noi entriamo all’improvviso in una trappola splendida e allarmante. Così noi vediamo qualcosa che non abbiamo mai sognato prima. Nostro padre e nostra madre stanno acquattati in attesa e balzano su di noi, come briganti da un cespuglio. Nostro zio è una sorpresa. Nostra zia, secondo la bella espressione corrente, è come un fulmine a ciel sereno. Quando entriamo nella famiglia, con l’atto di nascita, entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato. In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola.
Gilbert Chesterton

domenica 21 ottobre 2012

MALE E RESPONSABILITA'

LE LUCI DI SETTEMBRE, Carlos Ruiz Zafòn, Mondadori.
Ismael annuì e continuò a raccogliere gli attrezzi. Lo zio si pulì il grasso dalle mani mentre lo guardava di sottecchi. L'ultima ragazza per la quale aveva mostrato interesse era stata una certa Laura, la figlia di un piazzista di Bordeaux, e da allora erano trascorsi quasi due anni. L'unico amore del nipote, al di là della sua impenetrabile intimità, pareva essere il mare. e la solitudine. La ragazza doveva avere qualcosa di speciale. 

IL LIBRO
So che è un autore che conoscono in tanti ma è il suo primo libro che leggo. Ho letto nella sua biografia che i suoi primi lavori sono da classificare come narrativa per ragazzi. Difficile dire cosa sia la letteratura per i più giovani. Harry Potter ne fa parte? E Dickens? I capolavori sono tali non per l'età del pubblico a cui si rivolgono. Non so se questo romanzo è un capolavoro. C'è la solita lotta tra bene e male, qualche figura mitico-leggendaria, un po' di suspence per ragazzi. Poichè la vicenda inizia in Francia tra Parigi e la Normandia poco prima dell'invasione tedesco-nazista, mi aspettavo che quel periodo storico ne facesse effettivamente parte. Invece se ne accenna solo alla fine, insinuando che un'entità malefica  invaderà parecchi cuori. La storia ha così una sua autonomia nello spazio e nel tempo. 

PRIMA DI SERA
"Credi, credi di conoscermi" recita lei quasi parlando al vento
e osserva controsole la polvere
strisciare sullo stradone deserto.
"Appartieni troppo a te stesso" insiste ad accusarmi
prolungando la pena dell'indugio
quella parte di lei che ancora combatte
avvilita e altera nella macchina ferma.
Ma le suona falso l'argomento
e ne scorgo sul cristallo la larva
che spenge d'un sorriso
dimesso le parole appena dette.
"Oh di questo hai anche troppo sofferto" aggiunge poi quasi portando fiori
sul luogo, un'orticaia, dove mi ha crocifisso.
"Vanamente" mormoro più che dal rimorso
toccato da quel tono
di persistente, doloroso affetto;
e ora vorrei non le sembrasse indegno
cercare in altri la causa
del suo male, fosse pure il mio torto.
"Vanamente" e mi viene non so se dal ricordo
o dal sogno un'immagine di lei
gracile, impalata nella sua altezza, che guarda un fiume
dall'argine e, poco oltre la foce,
la lacca grigia del mare oscurarsi.
"Lascia perdere" dice lei con la voce di chi torna
dopo un'assenza di anni sul luogo stesso
e raduna le spoglie lasciate in altri tempi, dopo lo scacco.
"Perché non è in nostro potere richiamarci"
mi chiedo io sorpreso che sia lì, ferma, sul sedile accanto.
"Che intesa può darsi senza luce di speranza?
Perché la speranza è irreversibile" commenta
il suo silenzio rigido senza più lotta
mentre abbassa risoluta la maniglia
e getta un'occhiata di squincio al casamento, alto, che tra poco la inghiotte.
Mario Luzi

lunedì 1 ottobre 2012

STORIA DI FAMIGLIA ORDINARIA

DONNA ALLA FINESTRA, Catherine Dunne, Guanda.
...disse Tina. "Non è sempre così. Ma lei era convinta che il male si trasmetta di padre in figlio, che la natura conti più dell'educazione."
(...) Prima che avesse a che fare con suo padre Jon era stato un ragazzo normale? O in quello che aveva detto Tina c'era qualcosa di vero? Katie la interruppe , quasi dando voce ai suoi pensieri. "E' una visione molto pessimistica della vita, quella di Tina, non trovi?" Guardò sua mamma in tralice. "Tu non ci credi a quelle storie, vero, mamma? A quella cosa sulla predestinazione?" Lynda si concentrò sulla guida. "Katie, non so più a cosa credere ormai. A parte la mia famiglia."

IL LIBRO
Siamo in Irlanda ma potrebbe essere dappertutto. E' una storia di famiglia, con fantasmi negli armadi, perdoni che mancano, vendette da compiersi. Sullo sfondo l'attuale crisi economica rende il susseguirsi degli eventi davvero contemporaneo. Il tutto raccontato in modo accattivante. C'è il tocco femminile dell'autrice ma non è un libro per sole donne. Mi ha sorpreso in modo piacevole, nei ringraziamenti, constatare che Roddy Doyle rilegge "pazientemente" i manoscritti di questa scrittrice. E' il primo dei suoi libri che leggo e non sarà sicuramente l'ultimo. Uno in particolare mi incuriosisce sull'emigrazione irlandese degli anni CInquanta.

Vent'anni senza cattedra. E non sono precaria»

di Maria Filippi
28/09/2012 - Ogni anno cambia scuola, anche più di una volta. Con programmi decisi da altri e senza mai finire un ciclo. Ora, la delusione del "Concorsone". Maria insegna così dal '90. Qui racconta cosa si aspetta e cosa la sostiene: «Essere sempre al lavoro»
«Un nuovo inizio», ci diciamo da tempo. Per me, che ho cominciato a insegnare nel 1990 e sono ancora precaria, ogni inizio di anno scolastico è così: una sfida sempre nuova. A fine agosto, una mattinata in una scuola della provincia di Verona, dove abito, per le convocazioni del Provveditorato nelle materie scientifiche, tra quella in cui sono abilitata, diritto ed economia. E poi il giro di altre scuole per altre convocazioni, ricevute attraverso la posta elettronica certificata. Finalmente una bella mattina all’Istituto tecnico commerciale “Aldo Pasoli” mi presento solo io: evviva, tocca proprio a me. La nomina è fino gli “aventi diritto”, ricorda la segretaria, quindi scadrà a breve, ma forse potrei essere io ad avere questo diritto. 

Quanta attesa e quanta incertezza: forse dovrò ancora cambiare scuola, non per motivi di salute o altri imprevisti, ma perché le graduatorie devono essere aggiornate, come sempre, a scuola già iniziata creando disagio per studenti e insegnanti e alimentando l’idea che dietro tutta questa macchina burocratica ci sia poca serietà. Resta un fatto: finalmente posso insegnare. Mi butto subito in questa avventura, per me ogni volta nuova: devo conoscere i nuovi colleghi, adeguarmi ai programmi (decisi da altri), procurarmi i libri adottati nelle classi, per fortuna stavolta me ne mancano soltanto due, uno di economia politica l’altro di scienza delle finanze; quelli del biennio li possiedo già. L’anno scorso ho cambiato tre scuole, con i disagi che ne conseguono, primo fra tutti dover interrompere la continuità didattica senza completare un ciclo di insegnamento, e poi anche girare come una trottola da un istituto all’altro, anche molto lontani tra loro, magari per poche ore, con la benzina che mangia metà di quello che guadagno. 

Che cosa mi aspetto? Vorrei che fosse valorizzata la mia professione di docente dopo tanti anni di insegnamento. Desidererei insegnare tutto l’anno in una stessa scuola. Poter scegliere i temi da approfondire con gli altri docenti per capire, sia io sia i miei alunni, di più la realtà che è diventata molto complessa. Non svolgere la mia attività in modo improvvisato da un giorno all’altro, ma preparare in anticipo il percorso migliore. Scegliere strumenti e mezzi. Il “concorsone” poteva essere l’occasione giusta per poter fare bene il mio lavoro. Ma il Veneto non ha bandito cattedre nella mia classe di concorso. È l’ennesima porta che sembra aprirsi e invece si chiude. 

Eppure la parola “precario” non mi definisce. Due cose mi sostengono: guardare alcune persone ed «essere sempre al lavoro». Un amico, il giorno prima di una convocazione, mi ha detto: «Forza che tocca a te». Un luogo, come l’associazione Student Point Verona in cui insegnanti, universitari, adulti aiutano gratuitamente i ragazzi nello studio. Qui si incontrano tante persone e, sorprendentemente, tutti i ragazzi vogliono studiare: cosa difficile a scuola! E ancora, mia figlia. Una volta mi ha visto piangere prima delle vacanze natalizie perché mi era stato comunicato che finiva la supplenza. Mi ha detto: «Mamma non piangere, pensa con le tue brevi supplenze quanti alunni riuscirai ancora a incontrare e aiutare a Student Point». Questo mi ha incoraggiato. Infatti diversi alunni in difficoltà sono venuti al centro e sono riusciti a superarle, anzi, due mie alunne hanno raggiunto ottimi risultati. La mamma di una di loro ai colloqui generali mi ha detto che è stato merito di Student Point. Questo è avvenuto in un rapporto con loro, una condivisione delle difficoltà senza dover dimostrare nulla. 

La seconda cosa che mi sostiene nel precariato è «essere sempre al lavoro». In estate mi sono iscritta al Tfa in economia aziendale all’Università di Verona perché volevo allargare le possibilità di lavoro prendendo un’altra abilitazione, dato che molte scuole stanno riducendo le ore di diritto. Questo voleva dire rinunciare a vacanze tranquille per affrontare un test il 20 luglio. Che contentezza quando ho saputo di averlo superato. Lo studio però è continuato per l’ulteriore prova scritta sui contenuti di metà settembre. Quello studio serve già adesso per la supplenza che sto svolgendo: spiego gli argomenti nella nuova scuola unendo l’aspetto aziendale con quello giuridico. Per me questa è una grande soddisfazione. E poi potrò aiutare al Point ancora più ragazzi in questa materia per loro molto complessa.

lunedì 3 settembre 2012

PALESTRA DI VITA

RESISTO DUNQUE SONO, Pietro Trabucchi, Corbaccio
Certo, a volte il problema è capire se i limiti sono realmente insormontabili: occorre saggezza e molta consapevolezza di sè. E occorre anche rammentare la celebre preghiera di Reinhold Niebhur, motto degli Alcolisti Anonimi: "Dio mi ha concesso la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare e la saggezza di cogliere la differenza."
(...)
La società attuale addita come normalmente accessibili mete sempre più elevate. La televisione e la pubblicità propongono come modelli personaggi irreali: persone sempre giovani, belle, ricche e brillanti, che incarnano idee di onnipotenza. Vengono alimentate aspettative irrealistiche. Questa idea di vita diventa "la vita": l'unica possibile, indiscutibile e irrinunciabile. Contemporaneamente i giovani crescono protetti da qualsiasi frustrazione, e senza sviluppare nessun strumento che li aiuti a diventare più resilienti nell'affrontare difficoltà e insuccessi. Quando alla fine entrano in contatto con la realtà, molto spesso attraverso l'ingresso nel mondo del lavoro, la delusione rispetto alle aspettative e la forzata rinuncia all'onnipotenza provocano un tracollo traumatico, con strascichi di depressione, cinismo o, ancora, aggressività indifferenziata. Ma la conseguenza principale è un ritiro dal mondo che lascia totalmente incentrati su se stessi.

IL LIBRO
Lo sport come scuola di vita e il prepararsi, il raggiungimento di traguardi, le frustrazioni e i fallimenti come metafora della vita: questa la supersintesi. Mi è piaciuto leggere questo saggio, godibilissimo, scritto da uno psicologo che. oltre a riferirsi a studi e ricerche del panorama scientifico attuale. racconta le proprie esperienze comprese e, leggendo la sua biografia, si scopre che qualche volta la cavia è proprio lui. Nonostante non sia sportiva di carattere e non sia io l'insegnante di motoria nella mia classe, il libro mi ha dato tantissimi input nel campo educativo e stimoli per l'attività in classe in ogni campo. E, perchè no, la voglia di chiedere al mio corpo quasi cinquantenne di raggiungere le vette dell'Himalaya!!!

Antologia di Spoon River
Ho regalato il libro a mia nipote grande. Dopo qualche giorno mi dice che le è piaciuto molto. Io le dico che la mia poesia preferita è quella del marinaio (che copio qui sotto), lei apre il portafoglio, tira fuori un piccolo foglietto ripiegato e me lo apre sotto il naso: è proprio quella! Stessa lunghezza d'onda.

For love was offered me and i shrank from its disillusionment;
sorrow knocked at my door, but i was afraid;
ambition called to me, but i dreaded the chances.

Yet all the while i hungered for meaning in my life.
And now i know that we must lift the sail
and catch the winds of destiny
wherever they drive the boat.

To put meaning in one's life may end in madness,
but life without meaning is the torture
of restlessness and vague desire,
it is a boat longing for the sea and yet afraid.

Edgar Lee Masters



venerdì 27 luglio 2012

CULTURA BRITANNICA

C'E' MA NON SI, Ali Smith, Feltrinelli
Il ragazzo faceva parte della Gioventù hitleriana, dice, e un giorno stava leggendo un libro, e questo libro gli piaceva veramente tanto, e  a un certo punto il suo caposquadra lo sorprende a leggere e lo ammonì severamente perchè il libro era di un, uno scrittore ebreo, che era stato messo al bando. Al ragazzo non andava proprio giù che quel bellissimo libro che stava leggendo fosse vietato - che fosse il genere sbagliato di libro, il genere sbagliato di arte, in un certo senso, scritto dal genere sbagliato di scrittore - e quindi cominciò a riflettere e a fare domande su quello che stava accadendo, e poi, lui e sua sorella, Sophie Scholl, si chiamavano Scholl di cognome, si impegnarono in un'opera eccezionale: cercare di cambiare le cose, far sì che la gente avesse la possibilità di pensare, pensare in modo diverso, intendo. Loro reagirono e cambiarono  veramente le cose. Fecero un sacco di bene prima di essere arrestati.

IL LIBRO
Una storia assurda, nel senso kafkiano del termine, raccontata in modo stupendo e da leggere piacevolmente. Si intrecciano fatti storici, culturali, umorismo, stupore infantile e modi di essere, tutti molto British. Dalle conversazioni a tavola pianificate con precisione, dai bambini che si devono vedere ma non sentire, dalle situazioni politicamente corrette, da un mondo che cambia l'autrice attinge e mescola, lascia riposare e porta a ebollizione. Ottimo lavoro, Ali Smith.

Il silenzio degli occhi

Pigi Colognesi


mercoledì 25 luglio 2012

Siamo tutti abbastanza convinti che viviamo troppo assediati dal rumore. I medici mettono in guardia dal pericolo di cuffiette e auricolari che ci invadono inesorabilmente di parole e musica; gli educatori osservano con un po’ di sgomento l’incapacità totale dei ragazzi a tacere anche solo per qualche secondo; in casa, in macchina, in stazione o all’aeroporto c’è sempre acceso qualche aggeggio che inonda i nostri timpani; persino dei toni della conversazione o del dibattito politico e culturale si dice spesso, per documentarne l’insignificanza, che è «urlato», cioè insopportabilmente rumoroso e privo di silenzio, quindi di profondità.
C’è però da rilevare un’altra e forse ancora più pericolosa assenza di silenzio: quella degli occhi. Da quando li apriamo al mattino fino a quando li chiudiamo prima di dormire essi sono «costretti» a vedere, a prendere atto di quello che ci circonda. È questo, ovviamente, è un grande vantaggio, è il principale strumento attraverso cui la nostra ragione si rende conto di quello che c’è, è la strada maestra del rapporto tra la realtà e la nostra coscienza. Eppure ho l’impressione che ormai ci stiamo abituando a sovraccaricarli in modo indebito e dannoso. Quando vado al lavoro, in macchina o coi mezzi pubblici, non c’è istante in cui la mia vista non si imbatta in una forte sollecitazione visiva, ad esempio i cartelloni pubblicitari o i monitor alle fermate del metro. Quando sono davanti al pc, con un semplice click posso vedere filmati degli scontri a Damasco, di un concerto, di un dibattito alla Camera, di una prestazione sportiva oppure le immagini di un qualsiasi museo, di una città vista dal satellite, di una modella in vacanza. Non parliamo poi della sterminata offerta di filmati che si possono raggiungere con un telecomando o sforzando gli occhi sullo smartphone. Insomma, le nostre possibilità visive si sono espanse in maniera smisurata, eccedente la capacità stessa di far tesoro di quelle immagini, di lasciarle depositare nella memoria, di rifletterci.
Assecondare questo bombardamento non è indolore perché ci impedisce, appunto, quello spazio di silenzio necessario perché ciò che vediamo sia vagliato e diventi quindi significativo. 

 Qualche sera fa ero a cena da amici; ad un certo punto ho preso in braccio il loro figlioletto di un anno e l’ho portato sul balcone a vedere il tramonto. Non voleva più venir via, col dito continuava ad indicare quel cielo rosso e i suoi occhi erano letteralmente incantati dallo spettacolo. È esattamente lo spazio di questo incanto che stiamo perdendo. Si dice, infatti, che viviamo nell’epoca del disincanto, quella in cui non ci si meraviglia più dell’esserci delle cose, né si crede più che esse rimandino ad un misterioso oltre. Ma l’incanto non è l’incantesimo. Questo è un inganno prodotto per bassi scopi, quello è l’autentico spazio della conoscenza. Anzi, sono proprio le miriadi di immagini forsennatamente introdotte nel nostro orizzonte visivo che producono l’incantesimo di una sostanziale cecità. Certo, per fare silenzio degli occhi non posso certo vivere tenendoli chiusi; ma forse l’imminente vacanza potrà fornire occasione per fermarsi un poco di più su un paesaggio senza distogliercene subito e passare ad altro, per tornare ad essere aperti ed autenticamente curiosi come quando avevamo un anno.

sabato 14 luglio 2012

Bisogno di famiglia

UN GIORNO COME TANTI, Joyce Maynard, Piemme
Il fatto era che in quella famiglia l'atmosfera sembrava sempre tanto allegra e intima. Tra tutte le case presenti nei diorami del museo Come vive la gente, era in quella che mi sarebbe piaciuto tornare. Naturalmente, quello che dicevano non si sentiva, ma non ce n'era bisogno per sapere che funzionava tutto a meraviglia, in quella cucina. La conversazione non doveva essere certo la fine del mondo (Com'è andata la giornata, tesoro? bene, e a te?), ma l'impressione trasmessa dall'atmosfera intorno a quel tavolo - la luce gialla soffusa, i volti che annuivano, il modo ce aveva la donna di toccare il braccio dell'uomo, il modo in cui ridevano quando il figlio agitava in aria il cucchiaio - era che in quel momento non volessero trovarsi in nessun altro posto che in quello, in compagnia di nessun altro se non di loro stessi.

IL LIBRO
Ricorda un po' I ponti di Madison County, forse come ambiente isolato in cui ogni famiglia è un mondo a sè, anche se a dire la verità, qui la famiglia è un po' assente o, forse, è il bisogno di essa che fa da protagonista nella storia. C'è una grande domanda di amore: filiale, genitoriale, coniugale, di amicizia. E un gran desiderio di generare, anche nel senso fisico. Non conoscevo l'autrice, che sul web ha un viso molto simpatico. Solo a titolo di gossip sembra che a diciotto anni ebbe una relazione con Salinger e che due abbia adottato due sorelle dall'Etiopia ma che l'adozione sia durata solo due anni.

Un calcio all'Associazione patriottica: il vescovo di Shanghai profeta ed eroe
di Bernardo Cervellera

Mons. Ma Daqin, che ha rifiutato l'imposizione delle mani da un vescovo scomunicato e si è dimesso dall'Associazione patriottica rivendica la libertà religiosa che la costituzione cinese garantisce, ma i regolamenti sulle religioni la tradiscono. Il rifiuto dell'Associazione patriottica ha motivi teologici (l'Ap è "incompatibile con la dottrina cattolica"), ma anche pastorali e sociali. Per mesi i pastori sono tenuti lontano dalle loro diocesi, portati a banchettare a spese del governo, mentre i loro fedeli devono combattere con la povertà. I vescovi "opportunisti" come sale scipito. Il valore dei fedeli laici per la riconciliazione con il papa.



Città del Vaticano (AsiaNews) - Un profeta e un eroe: così molti cattolici cinesi - e noi con loro - definiscono i primi passi del neoeletto vescovo ausiliare di Shanghai, mons. Taddeo Ma Daqin. In un solo giorno, quello della sua consacrazione il 7 luglio, egli ha rifiutato l'imposizione delle mani da un vescovo scomunicato; non ha bevuto allo stesso calice del vescovo illecito; si è dimesso pubblicamente dall'Associazione patriottica (Ap), ritenendola un ostacolo al suo "lavoro pastorale e di evangelizzazione".
L'Ufficio affari religiosi non ha gradito questo calcio ben assestato e lo ha confinato agli arresti domiciliari nel seminario di Sheshan, costretto a "riposare".
Nel compiere questi gesti mons. Ma ha semplicemente rivendicato la libertà religiosa per il suo impegno episcopale, un principio che pure la costituzione cinese difende. Solo che accanto alla costituzione vi sono regolamenti provinciali e nazionali che sottomettono la vita delle comunità cristiane e i loro pastori a controlli, minacce, adulazioni, corruzioni, frenando l'impegno di evangelizzazione.
Con i suoi gesti mons. Ma ha anche affermato che l'ordinazione di un pastore non è una questione politica che debba essere manipolata dal potere, ma un gesto religioso in cui il papa e le sue indicazioni sono da rispettare per amore della verità.
Da questo punto di vista, mons. Ma ha compiuto la scelta che da decenni vivono sulla loro pelle le comunità e i vescovi della Chiesa non ufficiale (sotterranea) che in nome della salvaguardia della libertà di evangelizzare, rischiano prigione, sequestri, isolamento, emarginazione.
Egli è però un eroe perché l'inquinamento della politica nella vita della Chiesa cinese era giunta a livelli di guardia. Dopo la Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi -  in cui il pontefice dichiara "incompatibile con la dottrina cattolica" i principi su cui si fonda l'Associazione patriottica (costruire una Chiesa indipendente dalla Santa Sede) -  i capi dell'Associazione hanno lanciato una vera e propria campagna per difendere la loro esistenza. Davanti a vescovi che sempre più si dichiaravano fedeli al papa, essi hanno cominciato a scegliere vescovi facili al compromesso col Partito, impegnati in politica, rappresentanti governativi. Alle ordinazioni episcopali volute dal papa essi hanno preteso la partecipazione di vescovi scomunicati; alle ordinazioni illecite - non volute dal papa - hanno preteso di far partecipare con la forza vescovi in comunione col pontefice. Tutto questo per affermare che la patente di ortodossia o di liceità non la dà il papa romano, ma i segretari e i presidenti dell'Associazione patriottica.
Davanti a questa melma di ambiguità e di equivoci, si è levato in modo profetico il gesto di Ma Daqin, come "un raggio di sole sotto un cielo nuvoloso".
Mons. Ma è il primo vescovo ufficiale che si dimette dall'Ap e molti cattolici cinesi sperano che a lui seguiranno altri.
Del resto, appartenere all'Ap è divenuto ormai controproducente proprio per motivi religiosi. Anzitutto per la questione ideologico-teologica: una Chiesa separata dal papa non è la Chiesa cattolica, ma una ennesima chiesa protestante che rischia - come si è verificato tante volte nella storia - di diventare una setta che si svuota sempre più del suo carattere spirituale e che sopravvive solo per il benvolere del potere politico.
Appartenere all'Ap è anche un ostacolo al lavoro pastorale: i vescovi sono obbligati di continuo a viaggiare, a presenziare congressi e aggiornamenti, stando lontani mesi e mesi dalle loro diocesi per sentire vacue e noiose teorie sul controllo delle religioni, sul potere benevolo dell'Associazione, costretti ad esprimere "profonda gratitudine" al dio-Associazione che li fa vivere. Quando sono in diocesi, ogni loro incontro, o rapporto personale è vistato, verificato, registrato, permesso o cancellato dall'Ap.
Essere un puntello dell'Ap è divenuto anche imbarazzante dal punto di vista sociale. Mentre il popolo cinese soffre per una crisi economica profonda, con un'inflazione che rende difficile poter mangiare tutti i giorni, i segretari e i presidenti dell'Ap sono famosi per il loro spendere e spandere a carico del governo e delle diocesi, in hotel di lusso, con banchetti fino a 24 portate, con piatti ricercati e raffinati, mentre nelle diocesi, soprattutto quelle di campagna, si combatte per portare l'acqua potabile o garantire un minimo di cure mediche ai poveri.
Una statistica dello stesso governo denuncia che ogni anno i membri del Partito spendono in banchetti circa 31,5 miliardi di euro, una somma capace di sfamare per un anno intero almeno un centinaio di milioni di persone. Di fronte a una simile corruzione del potere politico, è anche conveniente per i vescovi separarsi e vivere la loro missione mettendosi dalla parte di Cristo e dei poveri.
La decisione profetica di mons. Ma è destinata a fare storia. È probabile però che qualche vescovo rimanga attaccato all'Ap. Da questa essi ricevono auto blu, nuovi palazzi episcopali, denaro, notorietà, ossequi: sono i famosi vescovi "opportunisti" dei quali ha parlato una volta Benedetto XVI. Temiamo che questi siano solo "sale scipito" che non serve ad altro che ad essere calpestato.
Vale la pena ricordare che già ora molti fedeli premono sui loro vescovi perché vivano più il loro ministero episcopale, che il loro ruolo politico. Negli anni dopo Mao Zedong, sono stati i fedeli laici a costringere molti vescovi timorosi a contattare la Santa Sede per ricongiungersi - dopo decenni di ambiguità - all'unica Chiesa cattolica. Anche oggi i fedeli laici dimostrano la loro fede e il loro amore a Cristo e ai vescovi disertando le messe dove sono presenti pastori illeciti e trasmigrano in altre diocesi fedelmente legate al legame spirituale con Benedetto XVI.

giovedì 5 luglio 2012

Seconda stella a destra

TUTTI I BAMBINI TRANNE UNO, Philippe Forest, Rizzoli
Qualcuno era vivo. Poi non c'è più niente. La vita si è ritirata. Quello che resta sul letto non è più la bambina. L'agonia era ancora la vita, poi qualcosa è accaduto. La morte è la verità dell'istante. Penetra il tempo, lo avvolge. Diventa il tempo. Nell'impercettibile e continuato accumulo dei secondi ce n'è uno in disparte che dà nome a tutti i rimanenti. Il futuro non scivolerà più nella chiusa del presente per diventare passato. Il presente non sposterà più in avanti la sua eterna frontiera che assorbe l'essere. Il "prima" e il "dopo" si fronteggiano. Sono due blocchi di pura trasparenza immobile. Qualcuno era. Qualcuno non sarà più. Tutto sarò scomparso. Perchè l'assenza futura e la presenza passata saranno due fantasmi ugualmente intangibili, irreali, una volta scomparso colui che era. Il tempo non è diviso. Ognuno vive nell'assoluto di un tempo singolare. La morte abolisce questo assoluto. Nel momento della fine, la coscienza smette di essere e crea un bianco dove tutto si cancella.

IL LIBRO
Poetico e commovente. L'autore, insegnante universitario che ha pubblicato saggi sulla propria materia, si ritrova a diventare scrittore, suo malgrado: muore la sua bimba di quattro anni di un cancro osseo scoperto l'anno prima. Scrivere diventa il modo di tenerla a sè vicina. E' un libro molto bello, nessuno vorrebbe vestire i panni dell'autore ma tutti ci immedesimiamo in lui e nel suo dolore, tirando un sospiro di sollievo perchè non tocca a noi. Non è una storia tragica, anche se di tragedia si tratta, ci sono tratti in cui si apprezzano le parole usate e i paragoni letterari utilizzati, primo tra tutti Peter Pan. La moglie-mamma si intravede, i nonni ci sono ma non compaiono: non è la vicenda triste ad essere la protagonista ma il rapporto tra un padre e una figlia che non c'è più.  Condivisibile e vero quando, concludendo, dice che la vorrebbe ancora con sè, anche malata perchè "il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita. Ci auguravamo che non finisse mai, che durasse un secolo o due almeno." Commovente anche questo passo:
  
"Forse qualcuno passerà le sue dita nel segno che lascio. Ma non saprà niente di me. Io non ci sarò più. Sarò stato. Tutti i libri si scrivono al futuro anteriore; dicono: sarò stato. Sotto quel cielo e sotto questa luce, dentro quest' ombra, con questa mano nella mia e con quest'altra. Mi sarò fermato un istante nell'ombra che ingoia la carne e avrò passato la mano su quel corpo, tra quei capelli, su quella fronte. I miei occhi avranno visto quegli occhi prima che si chiudessero. La mia voce avrà detto queste parole vibranti nel vuoto. Scrivo con modestia e sufficienza, sapienza e ingenuità, come i bambini che si confidano a scuola al legno del proprio banco, che tormentano di sigle e graffiti i muri presto riverniciati delle loro città, che posano la manina con le dita allargate nel gesso o nella creta.

domenica 1 luglio 2012

Speranza?

CATTIVE COMPAGNIE, Ruth Newman, Garzanti
Nonostante tutti gli avvertimenti che mi ero data da sola, mi ero lasciata convincere che forse quello della foto era Charlie: Come avevo potuto essere tanto stupida? Tutti quelli che considerano la speranza una virtù non fanno altro che prendersi in giro: la speranza non è che una maledizione.

IL LIBRO
Un giallo al femminile: troppo, una specie di Bridget Jones versione thriller. Le mie estati sono piene di libri simili ma la richiesta è l'originalità nel quotidiano, senza effetti speciali, violenza e sangue. Qui gli ingredienti ci sono tutti e in effetti la storia si lascia leggere e spinge ad arrivare alla fine. La trama però è scialba, i personaggi irreali o troppo simili ad attori di film. Pietra angolare di tutto il libro è un amore che arriva al matrimonio (ovviamente a Las Vegas) dopo solo tre giorni di conoscenza: un po' troppo adolescenziale per i miei gusti. So quanto è difficile venire pubblicati (non che io ci abbia mai provato) e, sicuramente in Gran Bretagna si legge di più per cui si hanno molte più possibilità, inoltre l'autrice ha i suoi "intrallazzi" a Cambridge, il che non guasta. Sono certa, però, che come giovane emergente con me non avrebbe passato l'esame per la banalità della storia. 


 La speranza cristiana secondo il cardinale John HenryNewman
"Perché temete?", disse Gesù ai suoi discepoli. Newman sviluppa e rende più attuale questa domanda: "Dovreste sperare, dovreste essere fiduciosi, dovreste porre i vostri cuori in me. La tempesta non può farvi del male se io sono con voi. Potreste stare meglio altrove che sotto la mia protezione?". La speranza cristiana trascende tutti gli ideali del mondo, tutti i desideri umani. È una virtù divina. La fiducia in Cristo è la sua sicura áncora e il suo solido fondamento. "Guardate in alto, e vedete, come è naturale, una grande montagna da scalare; dite: è mai possibile che noi possiamo trovare un sentiero in mezzo a questi enormi ostacoli? Non dite così, miei cari fratelli, guardate in alto con speranza, fidatevi di Lui che vi chiama a proseguire". Vigilate e pregate La speranza non impedisce al fedele di compiere i suoi doveri terreni, ma, al contrario, lo sollecita ad assumersi le sue responsabilità qui e ora. Il fedele cerca in ogni tempo e in ogni cosa la volontà di Dio e il bene degli uomini nei quali riconosce il volto del Signore. Egli vive in una grande vigilanza. "Non dobbiamo semplicemente credere, ma vigilare; non semplicemente amare, ma vigilare; non semplicemente obbedire, ma vigilare. Vigilare per cosa? Per quel grande evento che è la venuta di Cristo". Per venuta di Cristo Newman intende non tanto il ritorno del Signore nell'ultimo giorno, quanto anche la sua venuta negli eventi della vita quotidiana. "Veglia per Cristo chi ha una mente sensibile, premurosa, sollecita, ricettiva; chi è desto, consapevole, con un pronto discernimento, zelante nel cercare e onorare il Signore; attento a vederlo in tutto quanto avviene, e che non sarebbe sorpreso, non oltremodo turbato o sopraffatto, se si rendesse conto che sta venendo immediatamente". Oltre alla vigilanza Newman vede la preghiera come la realizzazione concreta della speranza cristiana. La preghiera esprime e fortifica la speranza in mezzo alle fatiche della vita. "Così il vero cristiano passa attraverso il velo di questo mondo e vede il mondo futuro. Si intrattiene con esso; si rivolge a Dio come un bambino si rivolgerebbe ai genitori, con la stessa chiara percezione e incondizionata fiducia in Lui; con profonda devozione, certamente, e sacro e riverenziale timore di Dio, ma anche con sicurezza e lucidità, come esprime bene san Paolo: "So in chi ho creduto"".

martedì 26 giugno 2012

L'UOMO NERO E LA BICICLETTA BLU, Eraldo Baldini, Einaudi
Ma torniamo ai fuochi di san Giuseppe. Il nonno diceva che da altre parti questa cosa si faceva l'ultima sera di febbraio; a prescindere dalla data e dal luogo, comunque, quella tradizione secondo lui serviva per "far lume al grano", che così sarebbe venuto più forte e più ricco di chicchi. A me come spiegazione pareva stupida, perchè il grano cresce benissimo anche al buoi, cresce persino sotto la neve, inolte non capivo perchè, per celebrare un santo che era stato falegname, si bruciasse un sacco di legna: era o non era una cosa insensata e irriverente? Al di là di questi dubbi, però, la sera del 18 marzo mi piaceva un sacco lo stesso.
(...)
"Non so quanti anni abbia, - dissi. - Però... secondo me c'è sempre stato e ci sarà per sempre. Bagarì è eterno. " Mi piaceva quella parola che sentivo nelle preghiere e che in fondo rassicurava, promettendo che le cose importanti e buone non sarebbero finite mai. 

IL LIBRO
Non conoscevo l'autore. Chiedo alla bibliotecaia un libro da far leggere a mia mamma, la quale ama le storie di famiglia, stile Le ceneri di Angela. Il libro è indovinato, la storia è di quel genere ma ambientato nella campagna emiliana. E' una famiglia in cui tutti ci possiamo riconoscere, dove umorismo e tragedia convivono senza però arrivare mai alla completa disperazione, o almeno così sembra. E' un bellissimo libro da leggere in un fiato: si ride tanto ma la vita non è solo allegria. Le storie, i fatti sono visti con gli occhi di un ragazzino che però sarà costretto a crescere, suo malgrado. Se non fosse stato per gli ultimi capitoli, in cui la piega presa chiede di essere adulti o comunque almeno adolescenti, avrei volentieri letto il libro a scuola ( ma qualche capitolo lo leggerò lo stesso) perchè il mondo descritto, il modo di passare il tempo dei bambini non ci sono più ma è la mia generazione, è quando io ero bambina: non c'era la crisi economica ma non eravamo ricchi e le cose avevano tutto un altro spessore. 

In un corso di animazione didattica della specialista Barbara Piscina  ho scoperto questo libro per bambini e taglio e incollo una recensione trovata su internet. Molto bello e ricco di spunti lavorativi

Beelinda fuori dal gregge
Beelinda fuori dal gregge
Copertina
Titolo: Beelinda fuori dal greggeIllustrazioni: Lucie MullerovàTesti: Manuela SalviNumero di pagine: 24, a coloriFormato: 21 x 21 cm, cartonatoEditore: FatatracPrezzo: 13,00 €


Tra le nuvole, lontano dal gregge Come si fa una nuvola? Col vapore, certamente! Oppure con un po' di cotone, se magari la vuoi appiccicare su un cartellone. Ma anche con un tulle o col polistirolo, se nel teatro devi farle spiccare il volo. Ovvero, più semplicemente, con un pennello ben intinto nel color bianco o di pastello. A fare una nuvola, insomma, non ci vuole poi tanto. Ma se la nuvola fosse un essere speciale? Beeeh, perche' no?! Persino con una pecora di nome Beelinda... Sì, si può fare! Con la sua lana vaporosa e con la sua voglia di volare, una nuvola si può inventare. Una nuvoletta soffice e piumosa: un cuscino portato alto nel cielo da un gruppetto festante d'uccellini dalle ali variopinte, guizzanti nel blu in un istante. E lontani da quel popolo brucante e ruminante, che - supino e pauroso - non ha mai guardato il sole per un istante, neanche quando era nuvoloso. Gregge preoccupato solo di ficcare naso e muso nel fitto dell'erba, senza un'idea o un guizzo o un pensiero. Beelinda, no! Lei è diversa: lei ha cominciato col salire sul melo. E, poi, tutto il resto è stato una scoperta. Un magico salto nel cielo! Così, con un pizzico quasi di rima, si potrebbe riassumere la storia della belante Beelinda. Beelinda che un giorno, alla faccia delle compagne fissate solo a razzolare nel prato, ha deciso di uscire dal gregge. E questo, si sa, significa affrontare con decisione tante traversie: tempeste, altri animali diffidenti e un po' di paura da scacciare via. Bellissima storia, illustrata con una poesia e un umorismo da premiare (ogni pagina è davvero un quadro!). Storia che, con grazia, invita ad osare. Per esplorare senza paura nuovi orizzonti e per crescere indipendenti, fiduciosi, curiosi e - soprattutto - liberi spiriti.