venerdì 27 luglio 2012

CULTURA BRITANNICA

C'E' MA NON SI, Ali Smith, Feltrinelli
Il ragazzo faceva parte della Gioventù hitleriana, dice, e un giorno stava leggendo un libro, e questo libro gli piaceva veramente tanto, e  a un certo punto il suo caposquadra lo sorprende a leggere e lo ammonì severamente perchè il libro era di un, uno scrittore ebreo, che era stato messo al bando. Al ragazzo non andava proprio giù che quel bellissimo libro che stava leggendo fosse vietato - che fosse il genere sbagliato di libro, il genere sbagliato di arte, in un certo senso, scritto dal genere sbagliato di scrittore - e quindi cominciò a riflettere e a fare domande su quello che stava accadendo, e poi, lui e sua sorella, Sophie Scholl, si chiamavano Scholl di cognome, si impegnarono in un'opera eccezionale: cercare di cambiare le cose, far sì che la gente avesse la possibilità di pensare, pensare in modo diverso, intendo. Loro reagirono e cambiarono  veramente le cose. Fecero un sacco di bene prima di essere arrestati.

IL LIBRO
Una storia assurda, nel senso kafkiano del termine, raccontata in modo stupendo e da leggere piacevolmente. Si intrecciano fatti storici, culturali, umorismo, stupore infantile e modi di essere, tutti molto British. Dalle conversazioni a tavola pianificate con precisione, dai bambini che si devono vedere ma non sentire, dalle situazioni politicamente corrette, da un mondo che cambia l'autrice attinge e mescola, lascia riposare e porta a ebollizione. Ottimo lavoro, Ali Smith.

Il silenzio degli occhi

Pigi Colognesi


mercoledì 25 luglio 2012

Siamo tutti abbastanza convinti che viviamo troppo assediati dal rumore. I medici mettono in guardia dal pericolo di cuffiette e auricolari che ci invadono inesorabilmente di parole e musica; gli educatori osservano con un po’ di sgomento l’incapacità totale dei ragazzi a tacere anche solo per qualche secondo; in casa, in macchina, in stazione o all’aeroporto c’è sempre acceso qualche aggeggio che inonda i nostri timpani; persino dei toni della conversazione o del dibattito politico e culturale si dice spesso, per documentarne l’insignificanza, che è «urlato», cioè insopportabilmente rumoroso e privo di silenzio, quindi di profondità.
C’è però da rilevare un’altra e forse ancora più pericolosa assenza di silenzio: quella degli occhi. Da quando li apriamo al mattino fino a quando li chiudiamo prima di dormire essi sono «costretti» a vedere, a prendere atto di quello che ci circonda. È questo, ovviamente, è un grande vantaggio, è il principale strumento attraverso cui la nostra ragione si rende conto di quello che c’è, è la strada maestra del rapporto tra la realtà e la nostra coscienza. Eppure ho l’impressione che ormai ci stiamo abituando a sovraccaricarli in modo indebito e dannoso. Quando vado al lavoro, in macchina o coi mezzi pubblici, non c’è istante in cui la mia vista non si imbatta in una forte sollecitazione visiva, ad esempio i cartelloni pubblicitari o i monitor alle fermate del metro. Quando sono davanti al pc, con un semplice click posso vedere filmati degli scontri a Damasco, di un concerto, di un dibattito alla Camera, di una prestazione sportiva oppure le immagini di un qualsiasi museo, di una città vista dal satellite, di una modella in vacanza. Non parliamo poi della sterminata offerta di filmati che si possono raggiungere con un telecomando o sforzando gli occhi sullo smartphone. Insomma, le nostre possibilità visive si sono espanse in maniera smisurata, eccedente la capacità stessa di far tesoro di quelle immagini, di lasciarle depositare nella memoria, di rifletterci.
Assecondare questo bombardamento non è indolore perché ci impedisce, appunto, quello spazio di silenzio necessario perché ciò che vediamo sia vagliato e diventi quindi significativo. 

 Qualche sera fa ero a cena da amici; ad un certo punto ho preso in braccio il loro figlioletto di un anno e l’ho portato sul balcone a vedere il tramonto. Non voleva più venir via, col dito continuava ad indicare quel cielo rosso e i suoi occhi erano letteralmente incantati dallo spettacolo. È esattamente lo spazio di questo incanto che stiamo perdendo. Si dice, infatti, che viviamo nell’epoca del disincanto, quella in cui non ci si meraviglia più dell’esserci delle cose, né si crede più che esse rimandino ad un misterioso oltre. Ma l’incanto non è l’incantesimo. Questo è un inganno prodotto per bassi scopi, quello è l’autentico spazio della conoscenza. Anzi, sono proprio le miriadi di immagini forsennatamente introdotte nel nostro orizzonte visivo che producono l’incantesimo di una sostanziale cecità. Certo, per fare silenzio degli occhi non posso certo vivere tenendoli chiusi; ma forse l’imminente vacanza potrà fornire occasione per fermarsi un poco di più su un paesaggio senza distogliercene subito e passare ad altro, per tornare ad essere aperti ed autenticamente curiosi come quando avevamo un anno.

sabato 14 luglio 2012

Bisogno di famiglia

UN GIORNO COME TANTI, Joyce Maynard, Piemme
Il fatto era che in quella famiglia l'atmosfera sembrava sempre tanto allegra e intima. Tra tutte le case presenti nei diorami del museo Come vive la gente, era in quella che mi sarebbe piaciuto tornare. Naturalmente, quello che dicevano non si sentiva, ma non ce n'era bisogno per sapere che funzionava tutto a meraviglia, in quella cucina. La conversazione non doveva essere certo la fine del mondo (Com'è andata la giornata, tesoro? bene, e a te?), ma l'impressione trasmessa dall'atmosfera intorno a quel tavolo - la luce gialla soffusa, i volti che annuivano, il modo ce aveva la donna di toccare il braccio dell'uomo, il modo in cui ridevano quando il figlio agitava in aria il cucchiaio - era che in quel momento non volessero trovarsi in nessun altro posto che in quello, in compagnia di nessun altro se non di loro stessi.

IL LIBRO
Ricorda un po' I ponti di Madison County, forse come ambiente isolato in cui ogni famiglia è un mondo a sè, anche se a dire la verità, qui la famiglia è un po' assente o, forse, è il bisogno di essa che fa da protagonista nella storia. C'è una grande domanda di amore: filiale, genitoriale, coniugale, di amicizia. E un gran desiderio di generare, anche nel senso fisico. Non conoscevo l'autrice, che sul web ha un viso molto simpatico. Solo a titolo di gossip sembra che a diciotto anni ebbe una relazione con Salinger e che due abbia adottato due sorelle dall'Etiopia ma che l'adozione sia durata solo due anni.

Un calcio all'Associazione patriottica: il vescovo di Shanghai profeta ed eroe
di Bernardo Cervellera

Mons. Ma Daqin, che ha rifiutato l'imposizione delle mani da un vescovo scomunicato e si è dimesso dall'Associazione patriottica rivendica la libertà religiosa che la costituzione cinese garantisce, ma i regolamenti sulle religioni la tradiscono. Il rifiuto dell'Associazione patriottica ha motivi teologici (l'Ap è "incompatibile con la dottrina cattolica"), ma anche pastorali e sociali. Per mesi i pastori sono tenuti lontano dalle loro diocesi, portati a banchettare a spese del governo, mentre i loro fedeli devono combattere con la povertà. I vescovi "opportunisti" come sale scipito. Il valore dei fedeli laici per la riconciliazione con il papa.



Città del Vaticano (AsiaNews) - Un profeta e un eroe: così molti cattolici cinesi - e noi con loro - definiscono i primi passi del neoeletto vescovo ausiliare di Shanghai, mons. Taddeo Ma Daqin. In un solo giorno, quello della sua consacrazione il 7 luglio, egli ha rifiutato l'imposizione delle mani da un vescovo scomunicato; non ha bevuto allo stesso calice del vescovo illecito; si è dimesso pubblicamente dall'Associazione patriottica (Ap), ritenendola un ostacolo al suo "lavoro pastorale e di evangelizzazione".
L'Ufficio affari religiosi non ha gradito questo calcio ben assestato e lo ha confinato agli arresti domiciliari nel seminario di Sheshan, costretto a "riposare".
Nel compiere questi gesti mons. Ma ha semplicemente rivendicato la libertà religiosa per il suo impegno episcopale, un principio che pure la costituzione cinese difende. Solo che accanto alla costituzione vi sono regolamenti provinciali e nazionali che sottomettono la vita delle comunità cristiane e i loro pastori a controlli, minacce, adulazioni, corruzioni, frenando l'impegno di evangelizzazione.
Con i suoi gesti mons. Ma ha anche affermato che l'ordinazione di un pastore non è una questione politica che debba essere manipolata dal potere, ma un gesto religioso in cui il papa e le sue indicazioni sono da rispettare per amore della verità.
Da questo punto di vista, mons. Ma ha compiuto la scelta che da decenni vivono sulla loro pelle le comunità e i vescovi della Chiesa non ufficiale (sotterranea) che in nome della salvaguardia della libertà di evangelizzare, rischiano prigione, sequestri, isolamento, emarginazione.
Egli è però un eroe perché l'inquinamento della politica nella vita della Chiesa cinese era giunta a livelli di guardia. Dopo la Lettera di Benedetto XVI ai cattolici cinesi -  in cui il pontefice dichiara "incompatibile con la dottrina cattolica" i principi su cui si fonda l'Associazione patriottica (costruire una Chiesa indipendente dalla Santa Sede) -  i capi dell'Associazione hanno lanciato una vera e propria campagna per difendere la loro esistenza. Davanti a vescovi che sempre più si dichiaravano fedeli al papa, essi hanno cominciato a scegliere vescovi facili al compromesso col Partito, impegnati in politica, rappresentanti governativi. Alle ordinazioni episcopali volute dal papa essi hanno preteso la partecipazione di vescovi scomunicati; alle ordinazioni illecite - non volute dal papa - hanno preteso di far partecipare con la forza vescovi in comunione col pontefice. Tutto questo per affermare che la patente di ortodossia o di liceità non la dà il papa romano, ma i segretari e i presidenti dell'Associazione patriottica.
Davanti a questa melma di ambiguità e di equivoci, si è levato in modo profetico il gesto di Ma Daqin, come "un raggio di sole sotto un cielo nuvoloso".
Mons. Ma è il primo vescovo ufficiale che si dimette dall'Ap e molti cattolici cinesi sperano che a lui seguiranno altri.
Del resto, appartenere all'Ap è divenuto ormai controproducente proprio per motivi religiosi. Anzitutto per la questione ideologico-teologica: una Chiesa separata dal papa non è la Chiesa cattolica, ma una ennesima chiesa protestante che rischia - come si è verificato tante volte nella storia - di diventare una setta che si svuota sempre più del suo carattere spirituale e che sopravvive solo per il benvolere del potere politico.
Appartenere all'Ap è anche un ostacolo al lavoro pastorale: i vescovi sono obbligati di continuo a viaggiare, a presenziare congressi e aggiornamenti, stando lontani mesi e mesi dalle loro diocesi per sentire vacue e noiose teorie sul controllo delle religioni, sul potere benevolo dell'Associazione, costretti ad esprimere "profonda gratitudine" al dio-Associazione che li fa vivere. Quando sono in diocesi, ogni loro incontro, o rapporto personale è vistato, verificato, registrato, permesso o cancellato dall'Ap.
Essere un puntello dell'Ap è divenuto anche imbarazzante dal punto di vista sociale. Mentre il popolo cinese soffre per una crisi economica profonda, con un'inflazione che rende difficile poter mangiare tutti i giorni, i segretari e i presidenti dell'Ap sono famosi per il loro spendere e spandere a carico del governo e delle diocesi, in hotel di lusso, con banchetti fino a 24 portate, con piatti ricercati e raffinati, mentre nelle diocesi, soprattutto quelle di campagna, si combatte per portare l'acqua potabile o garantire un minimo di cure mediche ai poveri.
Una statistica dello stesso governo denuncia che ogni anno i membri del Partito spendono in banchetti circa 31,5 miliardi di euro, una somma capace di sfamare per un anno intero almeno un centinaio di milioni di persone. Di fronte a una simile corruzione del potere politico, è anche conveniente per i vescovi separarsi e vivere la loro missione mettendosi dalla parte di Cristo e dei poveri.
La decisione profetica di mons. Ma è destinata a fare storia. È probabile però che qualche vescovo rimanga attaccato all'Ap. Da questa essi ricevono auto blu, nuovi palazzi episcopali, denaro, notorietà, ossequi: sono i famosi vescovi "opportunisti" dei quali ha parlato una volta Benedetto XVI. Temiamo che questi siano solo "sale scipito" che non serve ad altro che ad essere calpestato.
Vale la pena ricordare che già ora molti fedeli premono sui loro vescovi perché vivano più il loro ministero episcopale, che il loro ruolo politico. Negli anni dopo Mao Zedong, sono stati i fedeli laici a costringere molti vescovi timorosi a contattare la Santa Sede per ricongiungersi - dopo decenni di ambiguità - all'unica Chiesa cattolica. Anche oggi i fedeli laici dimostrano la loro fede e il loro amore a Cristo e ai vescovi disertando le messe dove sono presenti pastori illeciti e trasmigrano in altre diocesi fedelmente legate al legame spirituale con Benedetto XVI.

giovedì 5 luglio 2012

Seconda stella a destra

TUTTI I BAMBINI TRANNE UNO, Philippe Forest, Rizzoli
Qualcuno era vivo. Poi non c'è più niente. La vita si è ritirata. Quello che resta sul letto non è più la bambina. L'agonia era ancora la vita, poi qualcosa è accaduto. La morte è la verità dell'istante. Penetra il tempo, lo avvolge. Diventa il tempo. Nell'impercettibile e continuato accumulo dei secondi ce n'è uno in disparte che dà nome a tutti i rimanenti. Il futuro non scivolerà più nella chiusa del presente per diventare passato. Il presente non sposterà più in avanti la sua eterna frontiera che assorbe l'essere. Il "prima" e il "dopo" si fronteggiano. Sono due blocchi di pura trasparenza immobile. Qualcuno era. Qualcuno non sarà più. Tutto sarò scomparso. Perchè l'assenza futura e la presenza passata saranno due fantasmi ugualmente intangibili, irreali, una volta scomparso colui che era. Il tempo non è diviso. Ognuno vive nell'assoluto di un tempo singolare. La morte abolisce questo assoluto. Nel momento della fine, la coscienza smette di essere e crea un bianco dove tutto si cancella.

IL LIBRO
Poetico e commovente. L'autore, insegnante universitario che ha pubblicato saggi sulla propria materia, si ritrova a diventare scrittore, suo malgrado: muore la sua bimba di quattro anni di un cancro osseo scoperto l'anno prima. Scrivere diventa il modo di tenerla a sè vicina. E' un libro molto bello, nessuno vorrebbe vestire i panni dell'autore ma tutti ci immedesimiamo in lui e nel suo dolore, tirando un sospiro di sollievo perchè non tocca a noi. Non è una storia tragica, anche se di tragedia si tratta, ci sono tratti in cui si apprezzano le parole usate e i paragoni letterari utilizzati, primo tra tutti Peter Pan. La moglie-mamma si intravede, i nonni ci sono ma non compaiono: non è la vicenda triste ad essere la protagonista ma il rapporto tra un padre e una figlia che non c'è più.  Condivisibile e vero quando, concludendo, dice che la vorrebbe ancora con sè, anche malata perchè "il lungo anno in cui morì nostra figlia fu il più bello della mia vita. Ci auguravamo che non finisse mai, che durasse un secolo o due almeno." Commovente anche questo passo:
  
"Forse qualcuno passerà le sue dita nel segno che lascio. Ma non saprà niente di me. Io non ci sarò più. Sarò stato. Tutti i libri si scrivono al futuro anteriore; dicono: sarò stato. Sotto quel cielo e sotto questa luce, dentro quest' ombra, con questa mano nella mia e con quest'altra. Mi sarò fermato un istante nell'ombra che ingoia la carne e avrò passato la mano su quel corpo, tra quei capelli, su quella fronte. I miei occhi avranno visto quegli occhi prima che si chiudessero. La mia voce avrà detto queste parole vibranti nel vuoto. Scrivo con modestia e sufficienza, sapienza e ingenuità, come i bambini che si confidano a scuola al legno del proprio banco, che tormentano di sigle e graffiti i muri presto riverniciati delle loro città, che posano la manina con le dita allargate nel gesso o nella creta.

domenica 1 luglio 2012

Speranza?

CATTIVE COMPAGNIE, Ruth Newman, Garzanti
Nonostante tutti gli avvertimenti che mi ero data da sola, mi ero lasciata convincere che forse quello della foto era Charlie: Come avevo potuto essere tanto stupida? Tutti quelli che considerano la speranza una virtù non fanno altro che prendersi in giro: la speranza non è che una maledizione.

IL LIBRO
Un giallo al femminile: troppo, una specie di Bridget Jones versione thriller. Le mie estati sono piene di libri simili ma la richiesta è l'originalità nel quotidiano, senza effetti speciali, violenza e sangue. Qui gli ingredienti ci sono tutti e in effetti la storia si lascia leggere e spinge ad arrivare alla fine. La trama però è scialba, i personaggi irreali o troppo simili ad attori di film. Pietra angolare di tutto il libro è un amore che arriva al matrimonio (ovviamente a Las Vegas) dopo solo tre giorni di conoscenza: un po' troppo adolescenziale per i miei gusti. So quanto è difficile venire pubblicati (non che io ci abbia mai provato) e, sicuramente in Gran Bretagna si legge di più per cui si hanno molte più possibilità, inoltre l'autrice ha i suoi "intrallazzi" a Cambridge, il che non guasta. Sono certa, però, che come giovane emergente con me non avrebbe passato l'esame per la banalità della storia. 


 La speranza cristiana secondo il cardinale John HenryNewman
"Perché temete?", disse Gesù ai suoi discepoli. Newman sviluppa e rende più attuale questa domanda: "Dovreste sperare, dovreste essere fiduciosi, dovreste porre i vostri cuori in me. La tempesta non può farvi del male se io sono con voi. Potreste stare meglio altrove che sotto la mia protezione?". La speranza cristiana trascende tutti gli ideali del mondo, tutti i desideri umani. È una virtù divina. La fiducia in Cristo è la sua sicura áncora e il suo solido fondamento. "Guardate in alto, e vedete, come è naturale, una grande montagna da scalare; dite: è mai possibile che noi possiamo trovare un sentiero in mezzo a questi enormi ostacoli? Non dite così, miei cari fratelli, guardate in alto con speranza, fidatevi di Lui che vi chiama a proseguire". Vigilate e pregate La speranza non impedisce al fedele di compiere i suoi doveri terreni, ma, al contrario, lo sollecita ad assumersi le sue responsabilità qui e ora. Il fedele cerca in ogni tempo e in ogni cosa la volontà di Dio e il bene degli uomini nei quali riconosce il volto del Signore. Egli vive in una grande vigilanza. "Non dobbiamo semplicemente credere, ma vigilare; non semplicemente amare, ma vigilare; non semplicemente obbedire, ma vigilare. Vigilare per cosa? Per quel grande evento che è la venuta di Cristo". Per venuta di Cristo Newman intende non tanto il ritorno del Signore nell'ultimo giorno, quanto anche la sua venuta negli eventi della vita quotidiana. "Veglia per Cristo chi ha una mente sensibile, premurosa, sollecita, ricettiva; chi è desto, consapevole, con un pronto discernimento, zelante nel cercare e onorare il Signore; attento a vederlo in tutto quanto avviene, e che non sarebbe sorpreso, non oltremodo turbato o sopraffatto, se si rendesse conto che sta venendo immediatamente". Oltre alla vigilanza Newman vede la preghiera come la realizzazione concreta della speranza cristiana. La preghiera esprime e fortifica la speranza in mezzo alle fatiche della vita. "Così il vero cristiano passa attraverso il velo di questo mondo e vede il mondo futuro. Si intrattiene con esso; si rivolge a Dio come un bambino si rivolgerebbe ai genitori, con la stessa chiara percezione e incondizionata fiducia in Lui; con profonda devozione, certamente, e sacro e riverenziale timore di Dio, ma anche con sicurezza e lucidità, come esprime bene san Paolo: "So in chi ho creduto"".

martedì 26 giugno 2012

L'UOMO NERO E LA BICICLETTA BLU, Eraldo Baldini, Einaudi
Ma torniamo ai fuochi di san Giuseppe. Il nonno diceva che da altre parti questa cosa si faceva l'ultima sera di febbraio; a prescindere dalla data e dal luogo, comunque, quella tradizione secondo lui serviva per "far lume al grano", che così sarebbe venuto più forte e più ricco di chicchi. A me come spiegazione pareva stupida, perchè il grano cresce benissimo anche al buoi, cresce persino sotto la neve, inolte non capivo perchè, per celebrare un santo che era stato falegname, si bruciasse un sacco di legna: era o non era una cosa insensata e irriverente? Al di là di questi dubbi, però, la sera del 18 marzo mi piaceva un sacco lo stesso.
(...)
"Non so quanti anni abbia, - dissi. - Però... secondo me c'è sempre stato e ci sarà per sempre. Bagarì è eterno. " Mi piaceva quella parola che sentivo nelle preghiere e che in fondo rassicurava, promettendo che le cose importanti e buone non sarebbero finite mai. 

IL LIBRO
Non conoscevo l'autore. Chiedo alla bibliotecaia un libro da far leggere a mia mamma, la quale ama le storie di famiglia, stile Le ceneri di Angela. Il libro è indovinato, la storia è di quel genere ma ambientato nella campagna emiliana. E' una famiglia in cui tutti ci possiamo riconoscere, dove umorismo e tragedia convivono senza però arrivare mai alla completa disperazione, o almeno così sembra. E' un bellissimo libro da leggere in un fiato: si ride tanto ma la vita non è solo allegria. Le storie, i fatti sono visti con gli occhi di un ragazzino che però sarà costretto a crescere, suo malgrado. Se non fosse stato per gli ultimi capitoli, in cui la piega presa chiede di essere adulti o comunque almeno adolescenti, avrei volentieri letto il libro a scuola ( ma qualche capitolo lo leggerò lo stesso) perchè il mondo descritto, il modo di passare il tempo dei bambini non ci sono più ma è la mia generazione, è quando io ero bambina: non c'era la crisi economica ma non eravamo ricchi e le cose avevano tutto un altro spessore. 

In un corso di animazione didattica della specialista Barbara Piscina  ho scoperto questo libro per bambini e taglio e incollo una recensione trovata su internet. Molto bello e ricco di spunti lavorativi

Beelinda fuori dal gregge
Beelinda fuori dal gregge
Copertina
Titolo: Beelinda fuori dal greggeIllustrazioni: Lucie MullerovàTesti: Manuela SalviNumero di pagine: 24, a coloriFormato: 21 x 21 cm, cartonatoEditore: FatatracPrezzo: 13,00 €


Tra le nuvole, lontano dal gregge Come si fa una nuvola? Col vapore, certamente! Oppure con un po' di cotone, se magari la vuoi appiccicare su un cartellone. Ma anche con un tulle o col polistirolo, se nel teatro devi farle spiccare il volo. Ovvero, più semplicemente, con un pennello ben intinto nel color bianco o di pastello. A fare una nuvola, insomma, non ci vuole poi tanto. Ma se la nuvola fosse un essere speciale? Beeeh, perche' no?! Persino con una pecora di nome Beelinda... Sì, si può fare! Con la sua lana vaporosa e con la sua voglia di volare, una nuvola si può inventare. Una nuvoletta soffice e piumosa: un cuscino portato alto nel cielo da un gruppetto festante d'uccellini dalle ali variopinte, guizzanti nel blu in un istante. E lontani da quel popolo brucante e ruminante, che - supino e pauroso - non ha mai guardato il sole per un istante, neanche quando era nuvoloso. Gregge preoccupato solo di ficcare naso e muso nel fitto dell'erba, senza un'idea o un guizzo o un pensiero. Beelinda, no! Lei è diversa: lei ha cominciato col salire sul melo. E, poi, tutto il resto è stato una scoperta. Un magico salto nel cielo! Così, con un pizzico quasi di rima, si potrebbe riassumere la storia della belante Beelinda. Beelinda che un giorno, alla faccia delle compagne fissate solo a razzolare nel prato, ha deciso di uscire dal gregge. E questo, si sa, significa affrontare con decisione tante traversie: tempeste, altri animali diffidenti e un po' di paura da scacciare via. Bellissima storia, illustrata con una poesia e un umorismo da premiare (ogni pagina è davvero un quadro!). Storia che, con grazia, invita ad osare. Per esplorare senza paura nuovi orizzonti e per crescere indipendenti, fiduciosi, curiosi e - soprattutto - liberi spiriti.



sabato 23 giugno 2012

La vita è una sorpresa infinita

IL CARAVAGGIO PERDUTO, Jonathan Carr, Garzanti.
Luciano accompagnò Francesca in una visita di Oxford e cercò di convincerla a trasferirsi in Inghilterra: Il sistema universitario italiano, le disse, era una specie di mafia, uno scandalo nazionale. Lui lo sapeva per esperienza diretta. Aveva fatto domanda per un posto di dottorato di ricerca in filosofia a Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Milano e Torino. Ognuna di queste sedi accettava soltanto tre studenti all'anno. Aveva dato gli esami orali e scritti previsti dai concorsi, viaggiando in treno e fermandosi in alberghi economici assieme ad altri candidati, persone che avevano già superato i trenta o i quarant'anni e che avevano fatto più e più concorsi senza mai ottenere un posto. L'ammissione dipendeva dall'avere le conoscenze giuste, u una famiglia ricca e influente alle spalle, o dall'essere il protetto - o il leccapiedi- di un professore importante. Luciano, che non aveva appoggi su cui contare, era sempre stato respinto. 
In Inghilterra era tutta un'altra storia. Aveva fatto domanda a Oxford, Cambridge, St. Andrews e Warwick e tutte queste università l'avevano accettato.

IL LIBRO
Me lo ha prestato una collega e pensavo fosse stile il Dan Brown dell'arte. Inizio a leggerlo e penso già che sia la solita pizza sugli italiani innamorati dei loro monumenti. Poi si affacciano nomi noti e dati non nuovi e comincio ad avere dei dubbi. Vado subito a leggere la bibliografie e i ringraziamenti e si scopre che è il resoconto del ritrovamento del Caravaggio della National Gallery di Dublino, una specie di lungo articolo di giornale un po' (ma non troppo) romanzato. Mi ha appassionato e lo sto suggerendo a tutti. Prossima tappa Dublino?
P.S. Finalmente ho ripreso la lettura, ora il tempo libero comincia ad assumere una sua entità fisica!



DAL SETTIMANALE VITA


Dove si può credere all'incredibile


di Giovanni Storti

27/04/2012 - Una giornata in Cometa raccontata da Giovanni Storti, il comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Era partito scettico: «Mi sembrava esagerato voler educare dei ragazzi attraverso la bellezza». Ma poi...

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Aldo, Giovanni e Giacomo.

Ore 16: si salta in macchina per andare a "scoprire" come funziona questa associazione, La Cometa, che si trova in quel di Como. I racconti di Giacomo, che è già stato lì, sono accalorati ed entusiastici. Io e Aldo siamo un po' scettici. Questo concetto che i fondatori hanno messo al centro, che la bellezza educa, la bellezza stimola, è molto interessante, è vero, ma ci sembra poco praticabile da un'associazione di accoglienza ed educazione per bambini e ragazzi. Noi tre ne abbiamo visitate un po' di queste realtà di accoglienza e in genere è già abbastanza complicato tenere dentro i ragazzi e fargli fare una vita quasi normale, figurati avere un posto di quella bellezza, dove tutto è perfetto, dove si respira ovunque un grande entusiasmo... ci sembrava un po' esagerato. Invece non solo Giacomo non aveva esagerato, ma dobbiamo ammettere che c'era addirittura di più di quello che lui diceva.

Arriviamo, con una difficile manovra automobilistica parcheggiamo e rimaniamo subito colpiti dalla bellezza del posto. Il giardino, ricco di grandi azalee in fiore; un vecchio glicine che si arrampica su due lati di una delle belle case della associazione, prati verdissimi, tutto mostra la cura e la sapienza di chi l'ha progettato. I vari edifici hanno un'armonia e una funzionalità che raramente si combinano.
I ragazzi ci si fanno subito attorno; ci fanno un'intervista con domande acute che difficilmente sentiamo dai giornalisti veri. Uno ci ha chiesto, così su due piedi, «ma perché voi fate comicità?». Sembra una domanda banale, ma è tosta. Innanzitutto perché è molto difficile rispondere, e poi perché è una domanda estremamente diretta per quello che fai, per questo è una bella domanda, a maggior ragione se a fartela è un ragazzino. Io ho risposto siamo giullari, siamo buffoni, tutto converge lì per noi, il nostro mestiere è quello che siamo. Visitiamo la scuola. All'entrata c'è la statua di un gorilla e sopra c'è scritto: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza». Dovrebbero metterla in ogni scuola questa scritta!

Le aule sono belle, luminose e tutte hanno la vista su Como e il lago. Non c'è niente di trascurato o rovinato. Forse è vero che "circondare" i ragazzi di bellezza fa si che la rispettino e la perseguano.
Alcuni ragazzi lavorano nella struttura e veniamo a conoscenza di un altra grande idea: la manualità è più importante del pensare. Così i ragazzi che vogliono imparare un lavoro artigianale vengono indirizzati da artigiani professionisti che li addestrano al mestiere: cuoco, parrucchiere, falegname ecc. I dolci che mangeremo dopo cena, buonissimi, sono fatti da un ragazzo pasticcere. Nell'aula magna i ragazzi ci tempestano di domande, sono curiosi e interessati. Non si accontentano di risposte-battute, vogliono sapere di più, in un continuo rilancio. Apprezzano la battuta, ma subito bisognava sviscerarla, andare un po' in profondità. È un buon segnale, vuol dire che anche su questo sono stati addestrati bene.

Si ha la sensazione di essere in un'oasi gestita dalla serietà, fantasia, operosità e intelligenza. La bellezza che ti circonda è un meccanismo difficile da realizzare, non solo perché è estremamente costoso, ma perché è qualcosa che ha bisogno a monte di gusto e di talento. Costruire un progetto educativo sull'idea della bellezza, necessita di avere già sperimentato quella cosa, per poter anche solo pensare di proporla. Mi è venuto un racconto serio. Ho fatto fatica a scrivere, di solito sono più ironico. Ma non ci sono riuscito, è una situazione così particolare che mi è sembrato bello descriverla per quello che è. La Cometa sembra un posto in un altro mondo ma, come dice Giacomino: bisogna credere nell'incredibile per far si che l'impossibile si avveri.

domenica 27 maggio 2012

Goccia a goccia si forma un fiume

LE LEZIONI PROIBITE, Suraya Sadeed, Piemme
Una donna mi disse che non c'era neppure l'acqua sufficiente per permetterle di seppellire il suo bambino morto. Non capivo perchè avesse bisogno di acqua. Forse serviva per lavare il cadavere prima della sepoltura. "Sa, questa non è una situazione normale" le dissi. "Non deve per forza lavare il corpo. Non qui, dove non c'è neppure acqua da bere." Lei scosse la testa. "Non è quello." "Allora cosa?" le domandai. "Abbiamo bisogno di acqua per ammorbidire il terreno in modo da poter scavare una fossa. Altrimenti non si riesce a fare un buco abbastanza grande per seppellire un bambino. Abbiamo dovuto aspettare tre giorni prima che arrivasse l'autobotte. Poi tutti hanno donato un pochino della loro razione di acqua, e con quella ho ammorbidito il terreno a sufficienza da scavare una buca con le mani nude." Non sapevo cosa dire. In quel posto neppure i morti potevano trovare dignità e riposo. "Ha visto il cimitero?" aggiunse la donna. "Le file di piccole tombe? Ciascuna è solo un monticello di terra lungo quanto il tuo bambino con una pietra sopra la terra. Ogni giorno continua ad espandersi."
Mentre supplicavo Dio di aiutare tutte le madri del campo di Hesar Shahee mi ritrovai a ripetere preghiere da tempo dimenticate. Ti prego, Dio, fa che riescano ad andare in Pakistan nei campi al di là del confine. 

(...)
Mentre ero così impegnata sentii parlare di un ragazzino afghano quattordicenne di nome Yar Mohammad, "l'amico di Maometto", il principale profeta dell'Islam. Tutti continuavano a parlare di lui, del suo coraggio, del suo eroismo. Ero molto curiosa di conoscerlo e alla fine persuasi gli anziani del campo a presentarmelo. Con la sua papalina bianca ricamata e i vestiti sbrindellati, Yar Mohammad sembrava un qualsiasi ragazzino afghano ma allo stesso tempo aveva una luce straordinaria che gli brillava negli occhi.
"Mio padre dice che sono molto coraggioso" mi disse con orgoglio. "Dice che da grande diventerò un leader." "E' fantastico" dissi. "Che cosa hai fatto esattamente per guadagnarti tanto rispetto?" "Sono stato il primo nella nostra zona ad uccidere un soldato americano."

(...)
Più tardi, quella settimana, andai a visitare la scuola nel seminterrato di Sabera. Immaginate una stanza così buia da riuscire a stento a vedere la propria mano. Lampade a cherosene erano sistemate al centro dell'ambiente privo di finestre e gettavano una pozza di luce su un cerchio di facce: tutte ragazzine, tutte chine sui libri di testo consunti. La stanza era assolutamente silenziosa. Mentre l'insegnante scriveva su una lavagna malconcia appoggiata ad una parete si poteva sentire lo stridio prodotto dal gesso. Questo fu lo spettacolo che si presentò ai miei occhi nella nostra scuola clandestina.
Venti ragazzine stavano ricevendo il dono dell'istruzione, una cosa della quale i talebani le avevano private.

IL LIBRO
Una storia vera: una donna afghana che vive da anni in America diventa vedova e si interroga sul senso della sua vita. Da questo dolore nasce la goccia che si trasformerà in un fiume. Fonda infatti un'associazione per aiutare soprattutto i bambini afghani, porta aiuto nei campi profughi, nelle zone colpite dal sisma, crea scuole all'inizio clandestine per le ragazze e, appena possibile, costruisce edifici scolastici in tutto l'Afghanistan. E come ogni storia vera non può che stupire. 
P.S. Sto leggendo sempre meno, colpa del computer che occupa sempre di più il mio tempo "libero". Spero di rifarmi questa estate!