mercoledì 10 febbraio 2010

IL SOGNO AMERICANO


L'UOMO CHE FISSAVA LE CAPRE, Jon Ronson, Einaudi.

Non mi era difficile capire quale alternativa avesse in mente, data la sua area di competenza. Se non si potevano uccidere i nemici e neanche tenerli in prigione, i parametri del colonnello Alexander prevedevano sicuramente un'altra opzione; fargli cambiare idea.
Il Manuale operativo del Primo Battaglione Terra aveva incoraggiato la progettazione di apparecchi in grado di "convogliare energia verso le masse". Ma la storia ci insegna che quando l'America si trova a fronteggiare una grande crisi - la guerra del Terrore, la traumatica esperienza del Vietnam con tutti i suoi strascichi, la guerra fredda - prima o poi l'intelligence militare accarezza l'idea di controllare il pensiero. Comincia a sfornare una serie infinita di idee stravaganti che necessitano di verifica, e che sembrano tutte molto buffe, finchè non vengono effettivamente messe in pratica.

IL LIBRO

Ne è stato tratto un film, che non ho visto. L'autore, un giornalista, raccoglie testimonianze di come l'esercito americano e i servizi segreti tentino di vincere le loro battaglie con mezzi che, a noi normali civili, sembrano assurdamente ridicoli. Eppure, citando George Clooney che è parte del cast, "le parti più assurde della storia sono anche quelle accadute davvero". Il libro sembra rafforzare il pregiudizio sulla stupidità degli Americani. La fuga di cervelli, di cui si affligge l'Europa e buona parte del mondo, colma il vuoto di cui sono portatori gli Stati Uniti. E' vero che, a parte la Seconda Guerra Mondiale, non è che abbiano riportato molte vittorie eppure le risorse sono tante e anche la volontà di fare bene. Non entro nel merito dei contenuti, il libro è sicuramente interessante, alcune parti sono più scorrevoli di altre ma credo che, l'averne tratto una sceneggiatura per un film , abbia del miracoloso.
RAZZA D'AMERICA (sussidiario.net, 11 febbraio 2010)
Credo che molti dei miei amici non americani non capiscano appieno l’influenza che il razzismo ha sulla vita americana e, di conseguenza, sulla politica americana. Nato in Portorico, io sono americano di nascita, ma sono cresciuto in una cultura fondamentalmente latino-americana e cattolica.
La prima volta che visitai Washington, turista adolescente, mentre andavo in taxi dall’affittacamere presso la quale avrei abitato, una signora portoricana amica di famiglia, vedevo davanti a piccoli alberghi e case con camere in affitto cartelli con la scritta “Solo bianchi”. Non capendo, chiesi al tassista (un nero) cosa significassero quei cartelli ed egli mi rispose: «Significa che io non potrei mai prendere una camera in affitto in quei posti».
Quando finalmente arrivammo a destinazione, rimasi inorridito di trovare anche qui un cartello con su “Solo bianchi”. Il tassista mi guardò e, sorridendo, mi disse: «Come vedi, non potrei prendere una camera in affitto neppure dove starai tu». Più tardi, chiesi alla signora portoricana perché avesse esposto quel cartello così estraneo alla nostra cultura, ed ella mi rispose: «Non ne capisco molto, ma non voglio avere problemi da certa gente che abita qui attorno».
Un anno dopo, tornai a Washington per studiare al college. I cartelli erano spariti e l’amica portoricana era tornata a Portorico. Un giorno entrai in un negozio di barbiere, avevo i capelli molto lunghi, e improvvisamente mi resi conto che sia il barbiere che i suoi clienti erano di colore. Mi trovai immediatamente a pensare: «Chissà se costui sa tagliare i capelli a un bianco».
E subito mi ricordai che a Portorico il mio barbiere era stato, fin dalla mia infanzia, un nero e che non lo avevo mai notato prima! Adesso, invece, avevo notato subito la razza di questo barbiere. Mi era capitato qualcosa, senza che me ne accorgessi: il razzismo americano mi era entrato nel cuore, sia pure in una forma mitigata.
Mentre sto scrivendo questo editoriale, HBO-TV sta trasmettendo la terza parte di una serie di programmi su cosa significhi essere un nero nell’America di oggi. Stasera sono di scena afroamericani famosi, di successo, potenti e popolari e, abbastanza sorprendentemente, tutti hanno affermato il loro essere negri come un aspetto imprescindibile della loro storia personale.
Può avere reso la loro lotta per il successo ancor più dura, o averla al contrario facilitata, ma il punto importante è che nessuno di loro è stato capace di dimenticare la propria razza. Come molti dei loro colleghi o amici non neri, anche essi si sono commossi per l’elezione di Barack Obama, chiedendosi se una “società post razziale” avesse improvvisamente iniziato a essere possibile negli Stati Uniti.
In effetti, molti commentatori, esponenti dei movimenti per i diritti civili e normali cittadini hanno incominciato a discutere su questo argomento. Tuttavia, è chiaro che il famoso sogno di Martin Luther King Jr. è ancora oggi rimasto un sogno. Il fattore razziale è ancora, come lo spettacolo televisivo di stasera dimostra, parte non irrilevante della vita americana.
Non sto pensando ai razzisti dichiarati che si considerano superiori a “quelli di colore”, ma ho in mente persone, bianchi e neri, che realmente vogliono che il fattore razza sparisca dalla vita personale e pubblica (per esempio, nell’ultimo editoriale, Chris Matthews che disse di aver dimenticato, ascoltando il discorso sullo Stato dell’Unione, che Obama era il primo presidente afroamericano). Ma sarà mai possibile realmente? Certamente, se possibile è in questo Paese che può succedere. Ma potrà mai succedere?
Sono arrivato alla conclusione che nessuno sforzo personale, giuridico, politico o economico potrà mai costruire una società veramente “post razziale”. Questo problema è una manifestazione del conflitto tra diversità e unità. Nessun sforzo umano sarà in grado di eliminare questo conflitto, o sarà capace di trovare una armoniosa via di mezzo.
Questo può solo accadere, ed essere sperimentato, come pura grazia, del tutto miracolosa, come carità divina che si manifesta, si incarna, in una Chiesa che è il “sacramento” della vera unità tra tutti. Questa è la vocazione della Chiesa. Il suo contributo a questo nobile, ma ultimamente tragico, sforzo puramente umano di persone di buona volontà è proprio dare testimonianza di questo evento.
Ho scritto questo articolo nel giorno dedicato a Santa Josephine Bakhita, una schiava africana. Nell’enciclica Spe Salvi, Papa Benedetto XVI si riferisce a lei come a un esempio della speranza che guida il nostro cuore a un’autentica armonia tra tutti gli uomini, un’armonia che è diventata carne.
Lorenzo Albacete




mercoledì 27 gennaio 2010

GIORNATA DELLA MEMORIA

DIARIO, Rutka Laskier, Bompiani

5.II. 43

Il cerchio si stringe sempre di più. Il mese prossimo avremo già il ghetto, un vero ghetto con mura di mattoni. D'estate sarà insopportabile, starsene chiusi in una gabbia grigia e soffocante, non vedere i campi e i fiori, l'estate scorsa passeggiavo per i prati tra i fiori, e questo mi ha fatto venire in mente che non sarà più possibile passeggiare per via Malachowska senza venire deportati, andare al cinema la sera... Sono già così "impregnata" delle crudeltà della guerra che persino le notizie più terribili non mi fanno effetto alcuno. Semplicemente, non riesco più a credere che potrò mai uscire in strada senza la "Judenstern" e che, in genere, chissà quando, la guerra finirà... Chissà come mi sentirò allora, forse impazzirò dalla gioia. Ma ora bisogna pensare a quanto avverrà fra poco, ossia al "ghetto". Quando ci sarà non potrò incontrare più nessuno, nè Micka, che è stata assegnata a Kamionka "C", nè Janek, che ha la "D", e nemmeno Nica, che ha anche lei la "D". Mio Dio, mio Dio, che cosa ci succederà? Oh Rutka, devi essere diventata completamente matta: ti rivolgi a Dio, come se esistesse. Quel poco di fede che un tempo possedevo è svanita del tutto, se Dio esistesse certamente non permetterebbe che la gente sia gettata viva dentro i forni, che ai bambini piccoli si spacchi la testa con il calcio dei fucili. o che li si chiuda nei sacchi e li si faccia morire con il gas... Sembra una favola raccontata dalla balia, e chi non lo vede con i propri occhi non riesce a crederci; ma non è una favola, è la verità. Oppure basta pensare a come hanno picchiato un vecchietto, fino a fargli perdere conoscenza, solo perchè aveva attraversato la strada di sbieco... è ridicolo, eppure tutto questo non è niente, basta non finire ad Auschwitz... e la carta verde... e la fine... quando arriverà?

IL LIBRO
E' la giornata della memoria e, invece della solita Anna Frank, ho letto ai miei alunni qualche brano di questa quattordicenne polacca che morirà ad Auschwitz. Rispetto ad Anna è più cosciente della propria sorte, meno ottimista e, sicuramente, la situazione del ghetto non è la stessa dell'appartamento in soffitta. Rutka vede la sofferenza ed il male tutti i giorni, fino ad esserne assuefatta, sempre sia possibile. E' comunque una ragazza della sua età, con le sue cotte, gli amici, la moda ma la realtà la ancora sempre a terra, non può permettersi di sognare.
Nel libro è evidente che gli Ebrei sono coscienti della loro situazioni, chi ha potuto ha lasciato la Polonia, sanno dell'esistenZa dei campi di concentramento. Nella postfazione Mark Halter si chiede perchè non si siano ribellati in grande numero. Riporta che Hanna Arendt incolpi di questo l'educazione religiosa che ha tenuto la gioventù lontana dalla realtà. Per Halter invece è una questione di cultura: "attaccati allo studio della Bibbia, del Talmud, avidi di sapere, gli Ebrei ignoravano, disdegnavano la violenza".




Dal Corriere della Sera, 26 gennaio 2010.

La testimone Angela che oggi ha 76 anni: papà era ferroviere, stavamo nel Mantovano. Portavo acqua e cibo a chi andava nei campi di concentramento
«Io, bimba, ho visto il treno dei deportati»
«Nel convoglio dei prigionieri che partiva dal Binario 21 sentivo i pianti, guardavo le mani dalle fessure»
«Ho visto i carri merci che deportavano gli ebrei. Ho visto mani grandi e piccine allungarsi fuori dalle fessure, ho sentito pianti, lamenti, e le voci di chi chiedeva acqua e cibo». Angela Beatrisini oggi ha 76 anni. Racconta che, per decenni, i ricordi dolorosi del tempo di guerra erano rimasti sepolti sotto la montagna del quotidiano, il lavoro, la famiglia, i figli... «Leggendo la testimonianza di un sopravvissuto dai campi di sterminio, guardando le immagini di quei treni con i carri piombati, della Stazione Centrale, poco alla volta mi sono rivista bambina davanti a quei convogli mentre con mio padre portavo acqua e cibo ai prigionieri». Nel ' 43, quando i treni della morte cominciarono a partire dal Binario 21 della Stazione Centrale, diretti ai campi di concentramento nazisti, Angela aveva nove anni. «Papà era ferroviere e da Castellucchio, vicino a Mantova, dove abitavamo ed ero nata, lo avevano trasferito a Bozzolo. Lì, ogni giorno per oltre un anno, sostarono i convogli con i deportati in arrivo da Milano. C' era un binario unico e Bozzolo era una stazione piccola ma un importante interscambio. Il treno stava fermo diversi minuti e quel tempo era sufficiente a me e a papà per avvicinare quelle mani allungate e offrire loro cibo». Oggi Angela Beatrisini è nonna di due nipotini e da Milano, dove era venuta a vivere appena diciassettenne, si è da poco trasferita a Vidigulfo, nel campagne pavesi, per stare vicina a loro. Fa una lunga pausa. «Questi ricordi sono carichi di emozioni», si scusa. Poi riprende il racconto: «È curioso come le cose possano rimanere per tanto tempo in un angolo della memoria, la vita ti porta a immergerti in mille altre situazioni. È come se mi fossi svegliata di colpo. Ricordo le scuole dalle suore a Bozzolo. Ricordo i dettagli. Anche quelli dei carri completamente blindati che trasportavano gli ebrei. Avevano cinque o sei fori, in alto, delle piccole finestrelle, immagino per fare entrare l' aria. Papà mi veniva a prendere a casa, con la sua bicicletta, ogni giorno. L' orario era sempre diverso. A volte ci seguiva anche la mamma. Preparavamo la polenta e portavamo con noi tutto il possibile, anche salame e pezzi di formaggio. Quando i carri si fermavano, fuori dalla stazioncina di Bozzolo, i nazisti si mettevano di guardia con i cani sul lato del treno che dava sull' aperta campagna. Di qua, dove c' era la stazione, restava solo il capostazione che fingeva di non vederci». Non si sprecavano parole: «Mio papà, Vincenzo, non mi hai spiegato cosa stava accadendo, perché quella povera gente venisse rinchiusa nei carri e portata via. E una volta a casa non se ne parlava. In paese immagino che tutti sapessero di questa sua attività. Ma anche se era pieno di fascisti, nessuno ha mai provato a fermarlo». Solo a distanza di anni, dopo la guerra, quando per imparare a cucire viene mandata dalla famiglia a Mantova, Angela conosce anche il resto della storia: «Papà non era solo nella sua piccola battaglia per aiutare gli ebrei. Anche i miei nonni, che abitavano a Rivalta sul Mincio, si erano spesi per aiutare una famiglia, i Finzi, di Mantova appunto. Li avevano tenuti nascosti per l' intera durata della guerra. Di giorno vivevano in un capanno nella loro proprietà, in mezzo ai campi, di notte dormivano in un fienile. Erano due sorelle e il marito di una di loro. Nessuno li trovò mai. Si salvarono e quando io diventai grandicella fui mandata a Mantova per diventare sartina e, ogni giorno, mi ospitavano a pranzo. I nonni, che si recavano spesso a trovarli, mi raccontarono solo a distanza di anni della grande amicizia che li legava e dei rischi che avevano corso in tempo di guerra per aiutarli». Il primo viaggio della morte partì il 6 dicembre del 1943 dalla Stazione Centrale. Da un binario fantasma, il cosiddetto Binario 21, nascosto nella pancia della stazione. Da quel momento, fino all' inizio del 1945, da quei sotterranei partirono altri 14 convogli, tutti carichi di un' umanità sofferente e stremata, destinata alla morte nei campi di sterminio nazisti. Il 30 gennaio del ' 44, i carri merci blindati caricarono 605 persone dirette ad Auschwitz. Ne tornarono indietro solo 20.









venerdì 22 gennaio 2010

AUTOBIOGRAFIA


IL SOGNO INFINITO, Harry Bernestein, Piemme.

Di tutte le cose che mi sono accadute, niente mi emoziona di più che ripensare ai sogni che mia madre inventava per noi, a come rischiarassero la nostra vita e ci infondessero speranza nel futuro durante quei giorni tristi in Inghilterra, quando ne avevamo davvero bisogno. Ho paragonato quei sogni alle bolle di sapone che soffiavamo con le pipe di terracotta e che volteggiavano nell'aria, bellissime e affascinanti, e nello stesso tempo fragili e inafferrabili. Se arrivavi a sfiorarne una per cercare di prenderla per mano, scoppiava e spariva in un istante. Deve essere quello che accadde alla mamma con il più bello di tutti i suoi sogni, quello che ci portò in America nell'estate del 1922, quando arrivammo a casa di mia nonna, con tutti i parenti che si erano riuniti per darci il benvenuto.

IL LIBRO
La bellissima storia autobiografica di quest'uomo che pubblica il suo primo libro a novant'anni e nei ringraziamenti finali cita anche la sua badante. Un uomo che avrebbe sempre voluto scrivere, che pubblicò pagato dei racconti sulle riviste negli anni Trenta ma che all'ennesimo rifiuto rinuncia. Dovrà aspettare la morte della sua amatissima moglie, compagna inseparabile di tutta una vita, per riprovarci. Non è mai troppo tardi! Fra l'altro la storia è davvero bella, come lo sono tutte le autobiografie di gente semplice. Si racconta un'infanzia che agli occhi di oggi appare terribile, da intervento dei servizi sociali, ma che non impedisce alle persone di crescere, di sperare, di avere una visione positiva della vita. Certo ci sono anche i rimpianti: questa madre che in fondo ha riposto tutta la vita in un sogno che non si è avverato ma che sarebbe stata sicuramente felice di vedere come invece i figli hanno affrontato le fatiche di ogni giorno. Sullo sfondo c'è l'America del grande sogno e della delusione nella depressione economica, una Chicago che si allarga, scenario di tanta storia italo-americana, e una New York rifugio di miserabili e falliti. Complimenti!

da Gli uomini vuoti
Fra l'idea
E la realtà
Fra il movimento
E l'atto
Cade l'Ombra
Perché Tuo è il Regno
Fra la concezione
E la creazione
Fra l'emozione
E la responsione
Cade l'Ombra
La vita è molto lunga
Fra il desiderio
E lo spasmo
Fra la potenza
E l'esistenza
Fra l'essenza
E la discendenza
Cade l'Ombra
Perché Tuo è il Regno
Perché Tuo è
La vita è
Perché Tuo è il
E' questo il modo in cui finisce il mondo
E' questo il modo in cui finisce il mondo
E' questo il modo in cui finisce il mondo
Non già con uno schianto
ma con un lamento.
T. S. Eliot

venerdì 15 gennaio 2010

COSTRUTTORI DI CATTEDRALI


LA CATTEDRALE DEL MARE, Ildefonso Falcones, Longanesi

"Avanti per la Vergine!" si levò ancora dal gruppo di bastaixos.
Arnau studiò i suoi compagni: le facce assonnate si distesero in un sorriso. Alcuni si sgranchirono le braccia muovendole avanti e indietro, tenendo la schiena. Arnau ricordò il periodo in cui lui dava loro da bere, quando se li vedeva passare davanti, curvi, i denti stretti, carichi di quei macigni enormi. Ci sarebbe mai riuscito anche lui? La paura gli attanagliò i muscoli; volle imitare i bastaixos e cominciò a sgranchirsi come facevano loro.
"La tua prima volta", si congratulò Ramon, ma Arnau non disse niente e lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Il bastaix socchiuse gli occhi. "Non ti preoccupare ragazzo", aggiunse posandogli il braccio sulla spalla e spronandolo a seguire il gruppo, che si era già messo in movimento, "pensa che quando porti le pietre per la Madonna, parte del peso lo sorregge Lei."
Arnau alzò gli occhi verso Ramon.
"E' vero", insistette il bastaix sorridendo. "Oggi lo capirai da te."

IL LIBRO
Un bellissimo romanzo storico che ha per sfondo la costruzione di una cattedrale di Barcellona. I personaggi raffigurano un po' tutta l'umanità: crudeli, arroganti, violenti, umili, obbedienti, responsabili, creativi... E la cattedrale è costruita e difesa dal popolo per amore della Madonna, a cui ci si rivolge nei momenti di bisogno. Lei risponde sempre, sorprendendo chi a Lei si rivolge. Gli avvenimenti storici sono ben documentati, gli intrecci perfettamente costruiti. Certo è un aspetto molto particolare del periodo, le leggi di cui si parla non erano sempre applicate nello stesso modo, alcuni aspetti della vita della Chiesa erano particolari e, come detto nel libro, contrari alla volontà del Papa. Certo il potere temporale si mischiava a quello spirituale e, come in ogni epoca, non tutti i cristiani erano santi. Lo sguardo è, però, positivo e pieno di speranza. Certamente la cattedrale resiste nel tempo.

DOMANDA
"Un uomo colto, un europeo dei nostri giorni può credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo?"
don Julian Carron, parafrasando Dostoevskij

Un Cristo come fatto storico lontano può essere letto come una pagina di letteratura bella, può dare un input momentaneo, può generare emozione, può destare nostalgia, ma ora, con questi muscoli che non tengono, con questa stanchezza, con questa facilità alla malinconia, con questo masochismo strano che la vita di oggi tende a favorire o con questa indifferenza e questo cinismo che la vita di oggi rende, come rimedio, necessario per non subire una fatica eccessiva e non voluta, come si fa ad accettare sè e gli altri in nome di un discorso?
Don Giussani, Qui e ora.
Se il cristianesimo è soltanto un fatto storico del passato o un discorso, allora non posso abbracciare ora la mia umanità e il mio limite. Se Lui non è Presenza, se non ha vinto la morte, se non è risorto, e perciò se non è il dominatore della storia, se non è il Signore del tempo e dello spazio, se non è mio ora, come lo fu di Andrea e Giovanni duemila anni fa, io torno a essere niente. Perchè, come abbiamo visto, non si può rimanere nell'amore a se stessi senza che Cristo sia una presenza come è una presenza una madre per il bambino.

don Julian Carron

martedì 29 dicembre 2009

IDEALI E PASSIONI


IL TESTAMENTO DI MAMMA, Anna Fine, Sonzogno.
Niente male, anche per qualcuno che aveva passato tutta la vita a fare della cattiveria una forma d'arte. Nessuna meraviglia, quindi, che non avesse trovato il tempo per un lavoro o un hobby: aveva devoluto ogni secondo a covare rancori e a fomentare il malanimo. In questi due ambiti, bisognava concederglielo, si era data un gran da fare. Era quasi ammirevole. Il livello di impegno in questa sua vocazione era stato tale che, alla stregua di una martire del passato, era pronta a sfruttare per la causa perfino la propria morte e il proprio funerale. Fino all'ultimo respiro, insomma.

IL LIBRO
L'azione è ridotta al minimo, sembra non capitare niente. Protagonista è la monotonia di una vita da perdente, solitaria, senza speranza o rimpianti, una vita piatta, comune a tutti i personaggi. Eppure qualcosa succede, ci sono degli incontri che fanno vedere le cose con occhio diverso, qualcosa cambia, acquista significato. Credo che la traduzione abbia un po' rovinato il romanzo, ci sono delle note umoristiche ma in italiano vengono un po' velate. Anna Fine comunque è un'ottima scrittrice, forse nota più per i libri per bambini (suo è la Mrs Doubtfire, che ancora mi diverte guardare), inglese nel senso classico del termine: poca azione, ottima ricerca lessicale, straordinarietà nella quotidianità. Ho appena visto il film documentario Grizzly man dove un uomo dà la sua vita per salvare gli orsi: lì c'era passione ma per un ideale molto discutibile, nei personaggi del libro mancano sia ideali cha passioni.
P.S. Buon anno a tutti!!!


L'UOMO CATTIVO

Era un uomo cattivo,
ma cattivo, cattivo, cattivo,
eppure così cattivo il Signore lo salvò:
quando si alzava la mattina
tutto gli dava fastidio
a cominciare dalla luce,
perfino il latte col caffè.
Ma un dì si chiese
Chi era che gli dava la vita,
un dì si chiese
Chi era che gli dava l’amor.
«Chi se ne frega della vita!
Chi se ne frega dell’amore!»‚
lui ripeteva queste cose,
ma gli faceva male il cuore.
Ed il Signore dal cielo
tanti regali gli mandava,
lui li guardava appena,
anzi alle volte poi si lamentava.
Ma un dì si chiese
Chi era che gli dava la vita,
un dì si chiese
Chi era che gli dava l’amor.
Poi un giorno vide un bambino
che gli sorrideva,
vide il colore dell’uva
e la sua nonna che pregava,
poi vide ch’era cattivo
e tutto sporco di nero,
mise una mano sul cuore
e pianse quasi tutto un giorno intero.
E Dio lo vide e sorrise,
gli tolse quel suo dolore,
poi gli donò ancor più vita,
poi gli donò ancor più amor…
Era un uomo cattivo,
ma cattivo, cattivo, cattivo,
eppure così cattivo il Signore lo salvò

CLAUDIO CHIEFFO

sabato 26 dicembre 2009

IDENTITA' RUBATE


LA FINESTRA ROTTA, Jefferey Deaver, Rizzoli

Okay... Qualche anno fa ero un medico. Vivevo nel Connecticut, avevo una moglie e due bambini meravigliosi. Soldi in banca, piano pensionistico, casa per le vacanze. Una vita comoda. Ero felice. Ma poi è successa una cosa strana. Niente di grave, a prima vista. Ho richiesto una nuova carta di credito, per accumulare miglia nel mio programma frequent flyer. Guadagnavo trecentomila dollari l'anno. Non ero mai andato in rosso, non avevo mai tardato con il pagamento del mutuo in tutta la mia vita. Ma la mia richiesta venne rifiutata. Ho pensato: si saranno sbagliati. Ma la compagnia disse che ero un "rischio di credito", dato che avevo traslocato tre volte negli ultimi sei mesi. Solo che non avevo traslocato affatto. Qualcuno aveva preso il mio nome, il mio numero della Social Security e quello della carta di credito e aveva affittato appartamenti fingendosi me. poi non pagava l'affitto. Ma solo dopo aver comprato merce per centinaia di migliaia di dollari ed essersela fatta consegnare a quegli indirizzi.

IL LIBRO

Primo libro che leggo di questo autore supernoto. C'è una sua foto: sembra lui uno dei suoi serial killer. Non ho mai visto uno dei film, tratti dai suoi thriller, non sono il mio genere e passerei molto tempo ad evitare di guardare lo schermo. I libri invece sono meno paurosi, puoi sempre avere una pausa per riprenderti. Certo che lo scrittore ci sa fare. La cosa più accattivante è il tipo di indagine che sta dietro la scoperta del colpevole. Il detective che dirige tutta l'operazione è infatti un disabile all'ennesima potenza, paralizzato dal collo in giù a seguito di un incidente, eppure affascinante, tant'è che ha pure una compagna, innamorata di lui. La storia del furto di identità, della mancanza di privacy, ora che siamo tutti nella rete e persino i supermercati (grazie alle raccolte punti) conoscono i nostri gusti, è davvero intrigante e invita a rifletterci sopra. Nella nota dell'Autore infatti Deaver scrive: "Ehi, mi raccomando: tenete d'occhio la vostra identità. Se non lo fate voi, lo farà parecchia altra gente."

BUON NATALE!

Leggermente in ritardo vi faccio i miei auguri con questa poesia che ho trovato su http://www.sussidiario.net/. Auguri!






EMANUELE

Nell’ombra dei secoli si è ormai dileguata quella notte in cui, stanca di male e di affanno, la terra posò nelle braccia del cielo, e nel silenzio nacque Dio-è-con-noi.

Molte cose oggi non sono, che erano possibili ieri: i re più non scrutano il cielo, e i pastori non ascoltano nel deserto come gli angeli parlino del Signore.

Ma ciò che di eterno in quella notte fu rivelato non può essere ormai più corrotto dal tempo; e il Verbo nato in quell’evo remoto, sotto a una greppia, ti rinasce nuovo nell’anima.

Sì – Dio è con noi: ma non già sotto l’azzurro padiglione, non al di là dei confini dei mondi innumerevoli, non nel perfido fuoco, e non nel fiato delle tempeste, non chiuso nella sopita memoria dei secoli.

È qui Egli, adesso; e tra l’effimera vanità, nel torrente torbido delle ansie della vita, tu possiedi un segreto onnigioioso: - impotente è il male, e eterni noi siamo: Dio è con noi.

Vladimir S. Solov’ëv



giovedì 10 dicembre 2009

OCCORRE UNA GRANDE GRAZIA


LA FIGLIA DEL PARTIGIANO, Louis De Bernieres, Longanesi

Leggeva ostentatamente Baudelaire davanti agli ospiti dei suoi genitori, quando loro si aspettavano che si mostrasse cordiale, e anche libri di psicologia. Io avevo già sentito nominare questo Baudelaire ma di lui non sapevo niente, e così dopo ero andato a cercarmelo. Temo di avere una predilezione particolare per le poesie che parlano di gatti, e ce n'è una davvero notevole su una carogna. Si era messa a leggere Freud e aveva accusato suo padre di essere un ritentivo anale. Lui si era limitato a rispondere: "Vieni in bagno dopo che ho cagato, e vedrai che ti darò prova del contrario." Dovetti andarmi a cercare anche "ritentivo anale", anche se devo ammettere che in seguito non è che mi sia tornato particolarmente utile.

IL LIBRO
Un incontro tra due persone, due mondi diversi, due vite insoddisfatte. Un'attrattiva che si trasforma in ascolto, un racconto di esperienze che vuole essere liberatorio. Una moderna Sherazade che racconta la propria vita, un anonimo commesso viaggiatore che spera in un avvenimento. Niente arriva a buon fine, un'ubriacatura cancella ogni speranza. Capita spesso nella letteratura inglese e irlandese, e di conseguenza nei loro film, che le persone si comportino, durante una sbronza, come se non fossero più loro stesse e l'essere ubriache è la scusa per non assumersi la responsabilità dell'accaduto. Da noi di solito è un aggravante, rende più violenti o intontisce ma non è mai una scusante. Forse è più difficile che persone "normali" esagerino così tanto con l'alcol da perdere il controllo delle proprie azioni. Il libro può comunque far parte dei consigliabili. L'autore è lo stesso de Il mandolino del capitano Corelli che Julia Roberts stava leggendo nella scena finale del film Notting Hill, mentre divideva beatamente la panchina con Hugh Grant. Non ho letto l'altro libro, ho visto però il film, la storia era davvero notevole. Qui manca la stessa profondità storica e dubito fortemente che possa diventare un film.


Da Il Pranzo di Babette

Tanta è la nostra umana stoltezza e imprevidenza che immaginiamo la grazia divina essere finita.
E perciò tremiamo...
Ma viene il giorno in cui i nostri occhi si aprono e vediamo e capiamo che la grazia è invece infinita.
La grazia, amici miei, ci chiede soltanto di aspettarla con fiducia e di accoglierla con riconoscenza.
Karen Blixen