mercoledì 3 aprile 2013

SCOMODA MEMORIA

LA NOTTE DELL'OBLIO, Lia Levi, Edizione e/o
Aveva gia' segretamente venduto un tappeto che, ne aveva avuto la conferma, era di gran valore, e i famsoi candelieri ottocenteschi d'argento con i timbri russi che tanto piacevano a Giacomo. Si era fatto addirittura il pensiero, Giacomo, che quegli argenti avrebbero potuto salvargli la vita. Ora invece servivano per riannodarla e farla proseguire.
Pareva che in citta' si agitassero ancora tutti all'interno all'interno di una lacerata miseria, ed era vero, ma c'erano anche gli altri, quelli che esistevano e prosperavano, trafficando e giganteggiando sulle altrui ristrettezze. Ma tutto sommato forse quel flusso continuo di oggetti che passavano dai poveri nuovi ai ricchi nuovi era a suo modo un fatto positivo. Forse si trattava di un vento ancora scomposto ma gia' avventurosamente vitale.
 
IL LIBRO
Nel giugno del 1946 il segretario del PCI e ministro della giustizia Palmiro Togliatti fece approvare un'amnistia per tutti i reati comuni e politici che non contemplassero pene superiori a cinque anni di carcere, commessi tra l'8 settembre 1943e la fine della guerra. E questa legge e' un po' il contenitore di questa storia molto umana, tragica e cosi' vicina a noi. Io mi sono sempre chiesta come mi sarei comportata se fossi vissuta nel periodo della dittature e delle leggi razziali in Italia. Da che parte sarei stata? Avrei messo in primo piano la salvezza mia e dei miei familiari o la giustizia? La risposta non e' cosi' scontata. I miei genitori e le loro famiglie si sono adattate, sono reste fuori dai giochi politici ma una ha "regalato" figli alla patria e l'altra ha fatto davvero la fame. Nessuna delle due ha pero' mai avuto contatti con famiglie ebraiche. Certo, gli scheletri negli armadi sono davvero tanti.
 
LA CAREZZA DEL NAZARENO
La ferita di Jannacci

"Un uomo innamorato della vita". Enzo Jannacci si definiva così. Sorriso scolpito; due occhi piccoli e vispi attenti a tutto. Osservava e si lasciava stupire. I personaggi delle sue canzoni li incontrava così, su di un marciapiede, in un tram del centro o sul ciglio della strada. Ed è così che ha incontrato anche noi, un gruppo di amici che cantavamo in piazza del Duomo in occasione dell'esposizione della mostra sui "150 anni di sussidiarietà". Passa di là e si ferma incuriosito. Nonostante sia già visibilmente affaticato dalla malattia che lo avrebbe portato alla morte nel giro di un anno, vuole rimanere lì a cantare. Noi increduli all'inizio e poi esaltati: è come se Paolo Maldini si fermasse al calcizzu... Poi accetta di venire pochi giorni dopo a Portofranco, centro di aiuto allo studio. Rimane stupito: "non immaginavo un posto così adombro di luce e mistero. Pieno di umanità". Sembra assolutamente a suo agio nonostante i duecento ragazzi venuti ad incontrarlo abbiano 60 anni meno di lui. Ci deve essere infatti qualcosa in comune a entrambi; forse è proprio quella ferita che Enzo dice di avere dentro: "non so di che qualità sia, so che è grande. È nata grande e non si chiude. Tanti fanno finta di non averla, tirano dritti. Li guardo, e mi viene da sentirmi male... È giusto che quella ferita rimanga lì, che a volte sanguini e altre no. Ha ragione di esistere? Io dico di sì. È la stessa ferita del Nazareno... L'ha fatta Lui la ferita. L'ha scolpita... E bisogna andarci dietro alla ferita, se no non se ne viene a capo. Bisogna volere bene alle ferite". Conclude intonando "Ti te sè no", canzone che invito tutti ad ascoltare, "perché - dice Enzo - non abbiate mai a dimenticare che tutto ve l'ha mandato Lui". Permettetemi di dire che chi definiva Jannacci un "ateo laico molto imprudente" sbagliava di grosso. Lui la "carezza del Nazareno" l'ha vista quando era piccolo nella faccia di un operaio su un tram di Milano e la porterà sempre nel cuore e nelle sue canzoni. Quando usciva da giovane per qualche performance suo padre gli diceva: "te vet in gir a fa' stupid". È vero, gli riusciva benissimo di fare lo stupido, ma stupido proprio non era. Aveva una laurea al conservatorio in pianoforte, composizione, armonia e direzione d'orchestra e, come non bastasse, si era laureato anche in medicina ed era diventato un affermato cardiologo. Oggi tutti lo ricordano con simpatia e un po' di commozione: come spesso accade, quando un artista muore mette tutti d'accordo; ma qui oltre a rimpiangere uno dei più grandi artisti italiani del dopoguerra, c'è da capire cosa Enzo ha provato a dirci durante la sua carriera lunga più di mezzo secolo, e cosa c'entri con noi oggi e con il nostro prossimo futuro.
Se quello che diceva Jannacci valeva ai "suoi tempi" deve valere anche oggi.
Per esempio quella ferita sanguinante di cui Enzo parlava ai ragazzi di Portofranco non può essersi rimarginata. Penso sia proprio la stessa ferita aperta e non corrisposta da nessun programma elettorale che ha spinto otto milioni di italiani a votare Grillo. E non finisce qui. In una intervista del 2009, nel pieno del caso Englaro, Jannacci riconosceva il bisogno impellente per l'uomo di una "carezza dal Nazareno". Infatti Enzo diceva: "se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo eccome, però avremmo così bisogno di una sua carezza". Aveva ragione. Non potendo raggiungere in alcun modo ciò che ultimamente desideriamo, l'unica cosa razionale che possiamo fare è chiedere; anche solo una carezza. E così, mentre il mondo si scannava dibattendo su diritti e valori dell'uomo, solo lui introduceva un fattore che fosse altro da noi e dai nostri mutevoli criteri di giudizio. In una situazione come quella attuale, così drammatica e instabile, queste dichiarazioni di Jannacci sembrano quanto mai attuali e decisive. Spero di non azzardare troppo se dico che tali parole sono sulla stessa lunghezza d'onda di quelle più recenti di Papa Francesco che ci esorta a pregare e domandare a Dio perdono e misericordia. Lui infatti ci ascolta e ci perdona: "non stanchiamoci mai di chiedere perdono al Signore! Nostro Padre non si stanca mai di perdonarci". Jannacci si spegneva proprio il Venerdì Santo, quando Gesù salendo sul Calvario ci dà la prova più eclatante del Suo amore per noi, offrendoci quella carezza della quale Enzo sentiva tanto bisogno e che ora sta già gustando.
Giovanni Aime

lunedì 25 marzo 2013

PASSATO

L'ADDESTRATORE, Jeffery Deaver, Rizzoli
Tutti preferiscono evitare il passato.
Immagino sia naturale. Nonostante i ricordi meravigliosi, quando ripensiamo a tutto cio' che abbiamo fatto e detto nel corso degli anni, i rimpianti, anche se meno numerosi delle gioie e delle soddisfazioni, sono piu' vivi, come carboni ardenti che non riusciamo mai a spegnere del tutto, per quanto disperatamente ci proviamo.
Eppure, senza il passato il mio lavoro non esisterebbe.
 
IL LIBRO
E' uno dei miei scrittori thriller preferiti, anche se questo libro e' un po' sotto tono. Si resta incollati in poltrona e si tenta di leggerlo il piu' in fretta possibile e questi possono essere pregi o difetti. Infatti quando in biblioteca cerco i libir di Deaver sugli scaffali, devo sempre rileggere le trame nei risvolti di copertina perche' non mi ricordo mai se li ho gia' letti o meno. Qui la trama e' originale e i personaggi non sono i soliti. L'ambientazione e' simile e i "cattivi" anche, non mancano inoltre i soliti effetti sorpresa. Strano che il cinema non abbia ancora scelto molti dei suoi libri.
 
 
 

T.S. Eliot

Mercoledì delle ceneri

Thomas Stearns Eliot
Perch'i' non spero più di ritornare
Perch'i' non spero
Perch'i' non spero più di ritornare
Desiderando di questo il talento e dell'altro lo scopo
Non posso più sforzarmi di raggiungere
Simili cose (perché l'aquila antica
Dovrebbe spalancare le sue ali?)
Perché dovreí rimpiangere
La svanita potenza del regno consueto?
Poi
che non spero più di conoscere
La gloria incerta dell'ora positiva
Poi che non penso più
Poi che ormai so di non poter conoscere
L'unica vera potenza transitoria
Poi che non posso bere
Là dove gli alberi fioriscono e le sorgenti sgorgano, perché non c'è più nulla
Poi che ora so che il tempo è sempre il tempo
E che lo spazio è sempre ed è soltanto spazio
E che ciò che è reale lo è solo per un tempo
E per un solo spazio
Godo che quelle cose siano come sono
E rinuncio a quel viso benedetto
E rinuncio alla voce
Poi che non posso sperare di tornare ancora
Di conseguenza godo, dovendo costruire qualche cosa
Di cui allietarmi
E prego Dio che abbia pietà di noi
E prego di poter dimenticare
Queste cose che troppo
Discuto con me stesso e troppo spiego
Poi che non spero più di ritornare
Queste parole possano rispondere
Di ciò che è fatto e non si farà più
Verso di noi il giudizio non sia troppo severo
E poi che queste ali più non sono ali
Atte a volare ma soltanto piume
Che battono nell'aria
L'aria che ora è limitata e secca
Più limitata e secca della volontà
Insegnaci a aver cura e a non curare
Insegnaci a starcene quieti.
Prega per noi peccatori ora e nell'ora della nostra morte
Prega per noi ora e nell'ora della nostra morte.
II
Signora, tre leopardi bianchi giacevano sotto un ginepro
Nella frescura del giorno, nutriti a sazietà
Delle, mie braccia e del mio cuore e del mio fegato e di quanto
Era stato contenuto nel cavo rotondo del mio cranio. E Dio disse
Vivranno queste ossa? vivranno
Queste ossa? E tutto quanto era stato contenuto
Nelle ossa (che già erano aride) disse stridendo
Per la bontà di questa Signora
E, per la sua grazia, e perché
Ella onora la Vergine in meditazione,


Noi risplendiamo con tanta lucentezza. E io che sono
Qui dismembrato offro all'oblìo le mie gesta, e il mio amore
Alla posterità del deserto e al frutto della zucca.
E' questo che ristora
Le mie viscere le fibre dei miei occhi e le porzioni indigeste
Che i leopardi rifiutano. La Signora si è ritirata
In una bianca veste, alla contemplazione, in una bianca veste.
Che la bianchezza dell'ossa espii fino all'oblìo.
In esse non c'è vita. E come io sono dimenticato e vorrei essere
Dimenticato, così vorrei dimenticare
Consacrato in tal modo, ben saldo nel proposito. E Dio disse
Profetizza al vento, al vento solo perché
Il vento solo darà ascolto. E le ossa cantarono stridendo
Col ritornello della cavalletta, dicendo
Signora dei silenzi
Quieta e affranta
Consunta e più integra
Rosa della memoria
Rosa della dimenticanza
Esausta e feconda
Tormentata che doni riposo
La Rosa unica
Ora è il giardino
Dove ogni amore finisce
Terminato il tormento
Dell'amore insoddisfatto
Più grande tormento
Dell'amore soddisfatto
Fine dell'ínfinito
Viaggio verso il nulla
Conclusione di tutto ciò
Che non può essere concluso
Linguaggio senza parola
E parola di nessun linguaggio
Grazia alla Madre
Per il Giardino
Dove tutto l'amore finisce.
Sotto un ginepro le ossa cantarono, disperse e rilucenti
Noi siamo liete d'essere disperse, poco bene facernmo l'una all'altra,
Nella frescura del giorno sotto un albero, con la benedizione della sabbia,
Dimenticando noi stesse e l'un l'altra, unite
Nella serenità del deserto. Questa è la terra che voi
Spartirete. E né divisione né unione
Hanno importanza. Questa è la terra. Ecco, abbiamo la nostra eredità.
III
Là dalla prima rampa della seconda scala
Mi volsi e vidi in basso
La stessa forma avvinta alla ringhiera
Sotto la nebbia nell'aria fetida
In lotta col demonio delle scale
Dall'ingannevole volto della speranza e della disperazione.
Alla seconda rampa della seconda scala
Li lasciai avvinghiati, volti in basso;
Non v'erano più volti e la scala era oscura,
Scheggiata ed umida, come la bocca guasta
E bavosa di un vecchio, o la gola dentata di un antico squalo.
Là sulla prima rampa della terza scala
Una finestra a inferriata con il ventre gonfìo
Come quello di un fico e al di là
Del biancospino in fìore e della scena agreste
Quella figura dalle spalle ampie vestita in verde e azzurro
Affascinava il maggio con un flauto antico.
Sono dolci le chiome arruffate, le chiome brune arruffate sulla bocca,
Lillà e chiome brune;
Lo sgomento, la musica del flauto, le pause e i passi della mente sulla terza scala,
Svaniscono, svaniscono; al di là della speranza e al di là della disperazione
La forza sale sulla terza scala.
Signore, non son degno
Signore, non son degno
ma di' una sola parola.
IV
Colei che camminò fra viola e viola
Che camminò
Fra i diversi filari del variato verde
In bianco e azzurro procedendo, colori di Maria,
Parlando di cose banali
In ignoranza e scienza del dolore eterno
Che mosse in mezzo agli altri che già stavano andando
Che allora fece forti le fontane e fresche le sorgenti
Rese fredda la roccia inaridita e solida la sabbia
In blu di speronella, blu del colore di anni Maria,
Sovegna vos
Ecco gli anni che passano in mezzo, portando
Lontano i violini e i flauti, ravvivando
Una che muove nel tempo fra il sonno e la veglia, che indossa
Luce bianca ravvolta, di cui si riveste, ravvolta.
Passano gli anni nuovi ravvivano
Con una splendida nube di lacrime, gli anni, ravvivano
La rima antica con un verso nuovo. Redimi
Il tempo. Redimi
La visione non letta nel sogno più alto
Mentre unicorni ingioiellati traggono il catafalco d'oro.
La silenziosa sorella velata in bianco e azzurro
Fra gli alberi di tasso, dietro il dio del giardino,
Il cui flauto tace, piegò la testa e fece un cenno ma non parlò parola
Ma la sorgente zampillò e l'uccello cantò verso la terra
Redimi il tempo, redimi il sogno
La promessa del verbo non detto e non udito
Finché il vento non scuota mille bisbigli dal tasso
E dopo questo nostro esilio
V
Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
Se la parola non detta e non udita
E' non udita e non detta,
Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito,
Il Verbo senza parola, il Verbo
Nel mondo e per il mondo;
E la luce brillò nelle tenebre e
Il mondo inquieto contro il Verbo ancora
Ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso.
    
0 mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà
La parola? Non qui, che qui il silenzio non basta
Non sul mare o sulle isole, né sopra
La terraferma, nel deserto o nei luoghi di pioggia,
Per coloro che vanno nella tenebra
Durante il giorno e la notte
Il tempo giusto e il luogo giusto non sono qui
Non v'è luogo di grazia per coloro che evitano il volto
Non v'è tempo di gioire per coloro che passano in mezzo al rumore e negano la voce
Pregherà la sorella velata per coloro
Che vanno nelle tenebre, per coloro che ti scelsero e si oppongono
A te, per coloro che sono straziati sul corno fra stagione e stagione, tempo e ternpo, Fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza, per coloro che attendono
Nelle tenebre? Pregherà la sorella velata
Per i fanciulli al cancello
Che non lo varcheranno e non possono pregare:
Prega per coloro che ti scelsero e ti si oppongono
0 mio popolo, che cosa ti ho fatto.
Pregherà la sorella velata fra gli alberi magri di tasso
Per coloro che l'offendono e sono
Terriffcati e non possono arrendersi
E affermano di fronte al mondo e fra le rocce negano
Nell'ultimo deserto e fra le ultime rocce azzurre
Il deserto nel giardino il giardino nel deserto
Della secchezza, sputano dalla bocca il secco seme di mela.
0 mio popolo.
VI
Benché non speri più di ritornare
Benché non speri
Benché non speri di ritornare
A oscillare fra perdita e profitto
in questo breve transito dove i sogni si incrociano
Il crepuscolo incrociato dai sogni fra nascita e morte
(Benedicimi padre) sebbene non desideri più di desiderare queste cose
Dalla fìne finestra spalancata verso la riva di granito
Le vele bianche volano ancora verso il mare, verso il mare volano
Le ali non spezzate
E il cuore perduto si rinsalda e allieta
Nel perduto lillà e nelle voci del mare perduto
E Io spirito fragile s'avviva a ribellarsi
Per la ricurva verga d'oro e l'odore del mare perduto
S'avviva a ritrovare
Il grido della quaglia e il piviere che ruota
E l'occhio cieco crea
Le vuote forme fra le porte d'avorio
E l'odore rinnova il sapore salmastro della terra sabbiosa
Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita
Il luogo della solitudine dove tre sogni s'incrociano
Fra rocce azzurre
Ma quando le voci scosse dall'albero di tasso si partono
Che l'altro tasso sia scosso e risponda.
Sorella benedetta, santa madre, spirito della fonte,. spirito del giardino
Non permettere che ci si irrida con la falsità
Insegnaci a aver cura e a non curare
Insegnaci a starcene quieti
Anche fra queste rocce,
E'n la Sua volontarie è nostra pace
E anche fra queste rocce
Sorella, madre
E spirito del fiume, spirito del mare,
Non sopportare che io sia separato
E a Te giunga il mio grido. 

domenica 3 febbraio 2013

SOSPENSIONE

LIMBO, Melania G. Mazzucco, Einaudi
Crescere tra le esalazioni mefitiche della mediocrità e del fallimento mi aveva aiutato a capire che cosa fuggire. 
(...) Che essere venuto in Afghanistan coi soldati è uno sbaglio enorme,e avremmo dovuto ritirarci da tempo, facciamo anche qualcosa di buono, e ti concedo che lo facciamo con un disinteresse degno di miglior causa, ma in realtà serviamo solo a coprire i disegni di altri per sventolare la nostra bandiera nel deserto, spendiamo quattrocentottantaquattro milioni di euro all'anno con cui potremmo costruire ospedali a casa nostra. 
(...) Che razza di discorso, mi aveva interrotta Diego. Uno non nasce adatto a fare la madre o il padre, lo fa e basta. Succede. (...) Solo quando ti nasce un figlio diventi adulto. E ti rendi conto di essere mortale.

IL LIBRO
Di lei avevo già letto Vita e mi era piaciuto molto. Credo faccia parte del presente e del futuro della letteratura italiana. Lo stile è originale e perfetto, i personaggi potrebbero conquistare l'eternità dei personaggi storici, la scelta delle vicende e delle ambientazioni è tipica dei grandi romanzi. Ogni volta la documentazione è così accurata che si stenta a credere che la vicenda non sia vera, e credo sia proprio per questo che alla fine ci sia scritto "frutto di invenzione". Complimenti!


NEW YORK ENCOUNTER /2

Chesterton, il «sismografo dell’umano»

di Peter Stockland
18/01/2013 - Sabato 19 gennaio la kermesse americana ospita Ian Boyd. Monaco basiliano e docente di inglese, per lui l'autore londinese ha ancora molto da dirci: «Viviamo in un’epoca in cui le sue profezie si sono avverate»...


Cresciuto in una casa piena zeppa di libri di Chesterton, nelle pianure canadesi che sono la quintessenza dello spirito chestertoniano, Ian Boyd (che sarà ospite del prossimo New York Encounter) rivela le ragioni alla base del lavoro accademico di tutta una vita. Non la nostalgia o un revival storico, ma l’assoluta contemporaneità di un brillante autore, che come un “sismografo dell’umano” ci aiuta a giudicare la cultura del nostro tempo.

Nel suo divertentissimo saggio Dello stare coricati a letto, Gilbert Keith Chesterton esalta la sfida meccanica e domestica legata al tentativo di disegnare sul soffitto di una stanza, stando coricati su un materasso.
Una lunga matita o una scopa con un manico estensibile, con le setole piene di vernice, potrebbe fare al caso, suggerisce ironicamente l’autore, anche se ciascuna delle due ha i suoi inconvenienti. Proseguendo la sua esposizione, tuttavia, Chesterton sposta l’obiettivo, passando da un divertimento artistico a una meditazione sulla prospettiva, la creazione e la libertà. «Senza dubbio solo per il motivo che si trovava intento all’antica e onorevole occupazione di stare coricato a letto col naso in aria, Michelangelo comprese come il soffitto della Cappella Sistina potesse venire trasformato nella paurosa imitazione di un dramma che si poteva rappresentare soltanto nel cielo», scrive Chesterton.
Anche padre Ian Boyd ebbe probabilmente una potente intuizione del genere quando qualche decennio fa intraprese l’avventura di delineare la vita, l’opera e la concezione di Chesterton, non semplicemente sul soffitto di una camera da letto o sulla volta di una chiesa, ma in lungo e in largo per il mondo e per il tempo. Il progetto, partito da un villaggio rurale nel nordovest del Saskatchewan, è arrivato fino ad Aberdeen, sulla costa nordorientale della Scozia, per approdare infine alla Seton Hall University a South Orange, New Jersey.
Ancora più impressionante della sua estensione geografica, è l’impegno dimostrato da padre Boyd nel presentare la figura di Chesterton, morto nel 1936, come uno scrittore, pensatore e cattolico neoconvertito, profeticamente contemporaneo. «Non credo che [leggere] Chesterton sia solo un’esperienza letteraria, come cercare di riportare in vita un nostalgico interesse letterario per una qualche figura edoardiana», afferma padre Boyd.
«Gli ammonimenti di Chesterton sul tema della cultura devono essere sembrati farneticanti al tempo in cui scriveva. Ma noi viviamo in un’epoca in cui queste profezie si sono avverate, perciò ora siamo in grado di constatare nella realtà quanto fossero sagge le sue parole. Siamo noi i suoi veri lettori, il suo vero pubblico».

I partecipanti al New York Encounter avranno la possibilità di apprezzare questa realtà sabato 19 gennaio, quando padre Boyd presenterà una tavola rotonda e una serie di letture sotto il titolo "La libertà in G.K. Chesterton".
Monaco basiliano e docente di inglese, padre Boyd si dedica fin dal 1974 a fornire materiali ai chestertoniani, in qualità di direttore di The Chesterton Review e, più recentemente, come presidente del G.K. Chesterton Institute for Faith and Culture con sede a Seton Hall.
Per quasi quarant'anni è stato parte integrante della "piccola comunità" di studiosi e scrittori che collega gli appassionati chestertoniani anglofoni al paffuto giornalista londinese che nacque in epoca vittoriana, divenne famoso come edoardiano e insistette per tutta la vita sul fatto di essere un medievalista, non un moderno. Dal 2006 a oggi l'interesse per Chesterton, per la Rivista e l'Istituto è cresciuto a tal punto che oggi la pubblicazione esce anche in francese, italiano, spagnolo e portoghese.
Questo lavoro può apparire così lontano da essere totalmente estraneo alle origini di padre Boyd, nato nella cittadina di Blaine Lake, Saskatchewan, nelle praterie canadesi.

Egli infatti è cresciuto in un ambito familiare traboccante di scritti di Chesterton, compresi i numeri arretrati di G.K.'s Weekly. Suo padre era stato un avido lettore di Chesterton fin dagli anni Venti. Fu l'incontro negli anni giovanili con i racconti polizieschi di Padre Brown a indirizzare in parte il futuro padre Boyd verso la sua tesi di dottorato su Chesterton alla Aberdeen University in Scozia, fino ad arrivare alla pubblicazione di un libro sui racconti di Chesterton.
«L'altra componente stava nel fatto che crescere nelle pianure canadesi era come crescere in un ambiente chestertoniano. Dove sono cresciuto, nel mio villaggio e nei dintorni, la gente lavorava la propria terra o comunque lavorava in proprio. Era il tipo di società di cui parlava Chesterton. Era il sogno del distributismo, in un certo senso».
Il distributismo, chiaramente, è il sistema economico caldeggiato da Chesterton e dal suo grande amico Hilaire Belloc che si riaggancia all'enciclica papale di Leone XIII Rerum Novarum, del 1891, e rinvigorirà negli anni Trenta con la Quadragesimo Anno di Pio XI. Secondo questa teoria, tra le devastazioni del capitalismo e l'oppressione collettiva del socialismo esiste una alternativa che si affida al primato della proprietà privata nelle mani di piccoli proprietari che vivono secondo i principi della sussidiarietà.
Essendo cresciuto in un luogo e in un tempo in cui il distributismo era nativo e strutturale, non formalmente economico e teorico, padre Boyd rimase naturalmente affascinato dalla sensibilità di Chesterton verso il potere dei macrosistemi di deformare la vita dell’uomo.
«Chesterton comprendeva che le strutture sono importanti perché gran parte della gente mutua il proprio modo di pensare e di comportarsi dalla cultura in cui è immersa. Se la cultura diventa tossica, si troveranno delle persone che, sebbene quarant’anni prima non si sarebbero nemmeno lontanamente sognate di approvare l’aborto, ora invece sono diventate improvvisamente incapaci di vedere cosa ci sia di sbagliato. Non sono loro a essere peggiorate, ma la cultura».
A partire da questa coscienza Chesterton ammoniva affermando che i totalitarismi non rappresentavano una minaccia per il fiorire dell’umanità tanto grave quanto gli attacchi contro la moralità tradizionale, in particolare in campo sessuale.
«Sempre Chesterton ammoniva che punto centrale di tutto ciò sarebbe stato Manhattan, e non Mosca. Era come un sismografo dell’umano, capace di percepire i boati premonitori».

Come risulta con tutta evidenza dagli scritti di Chesterton, egli era «un sismografo dell’umano» che non perdette mai il dono divino dell’ironia, anche quando aveva a che fare con le assurdità kafkiane del suo tempo.
«Kafka stesso, dopo aver letto L’uomo che fu giovedì,disse che non sapeva chi fosse Chesterton, ma che "è una persona così felice da farti quasi credere che abbia trovato Dio"», riporta padre Boyd.
«È questo che Chesterton intendeva quando parlava di principio sacramentale: i migliori insegnanti di religione non parlano della religione, ma semplicemente insegnano alle persone come scoprire Dio nella parte della loro vita che fino ad allora avevano considerato profana. Sua moglie Frances una volta gli chiese perché non scrivesse di più su Dio, e lui le spiegò che non aveva mai scritto di nient'altro».
Avendo trascorso decenni a leggere, rileggere, studiare, insegnare e diffondere le parole di Chesterton, ciò che padre Boyd ammira di più nel suo autore è la sua incontenibile allegria e la speranza, e lo paragona sotto questo aspetto al poeta Charles Péguy.«Come Péguy, anch’egli non smette di insegnare alla gente l’importanza della speranza. Nella sua ultima trasmissione radio alla Bbc ribadì la sua convinzione che la gente dovrebbe essere un po’ più allegra, che dovrebbe imparare a essere felice nei momenti tranquilli in cui si ricorda di essere viva».

È questo il richiamo di Chesterton – ricorda padre Boyd – che ha portato migliaia di persone a seguirlo oltre la soglia della Chiesa, o a farvi ritorno. Persino molti cristiani evangelici hanno trovato in Chesterton un compagno che rende accessibile la dottrina cattolica. Si tratta dunque di una "evangelizzazione invisibile", che conduce alla libertà ultima della fede, ed è radicata, soprattutto, nella saggezza pratica e creativa al tempo stesso di questa fede.
Chesterton ammoniva, per esempio, che mentre è fantastico buttarsi in un’amaca lasciandosi andare a un divino rilassamento, è anche prudente pregare che i costruttori dell’amaca non l’abbiano prodotta mentre si trovavano nel medesimo stato di divino rilassamento.
Analogamente, verso la fine di Dello stare coricati a letto l’autore ricorda che il modo di alzarsi o restare a letto implica un saggio ricorso a una libertà piena di fede, non solo agli imperativi moralizzanti del giorno. «Gli avari si alzano la mattina presto, e i ladri, mi si dice, si alzano addirittura la sera prima», scrive Chesterton.
«Il maggior pericolo della nostra società sta nel fatto che il suo meccanismo diventi più rigido mentre ne diventa più elastico lo spirito».

Diventa più elastico, forse, ma non potrà mai essere sopraffatto finché esisterà un Chesterton a cui attingere, ed esponenti di "piccole comunità" come padre Ian Boyd impegnati a mostrarcelo.


giovedì 17 gennaio 2013

PER CASO?

AMATA PER CASO; Stefano Zecchi, Mondadori
"Cos'è un poeta?"
"E' chi descrive con parole semplici quello che hai davanti agli occhi e non sei mai riuscita a vedere; ti fa capire, con la bellezza di un verso, sentimenti che provi ma non sai esprimere; ti apre il cuore alla speranza quando credi che non ci sia più nulla in cui sperare." 
"Allora i poeti sono le persone più importanti del mondo?"
"Quelli bravi, che sono pochi. Gli altri fanno giochi di prestigio con le parole, ma sono noiosi: i miei giochi di prestigio sono molto più divertenti...."

IL LIBRO
Storia di un abbandono raccontato non dalla protagonista, una bambina indiana adottata da una coppia di Milano, ma dal professore confidente. E' un bel romanzo e non so quanto ci sia di autentico. Sicuramente è un'adozione non recente. Lo si capisce dal fatto che solo il futuro papà italiano va in India, senza consorte, e da tutta la problematica sul colore della pelle, che a Milano, oggi, non è più così strano. Nella mia scuola primaria ci sono bambini di tutti i colori ma i compagni non se ne accorgono nemmeno. Il fenomeno potrebbe diventare una difficoltà nelle età maggiori, quando l'appartenenza ad un gruppo diventa determinante. Mi ha fatto riflettere molto il fatto che la bambina prenda coscienza della sua "miseria", non solo in senso materiale ma anche di affetti, di stabilità, ecc. ..., proprio quando viene adottata. Uno è portato a pensare che quel momento, pur dentro parecchi ostacoli, sia la fine dei problemi, invece diventa l'inizio. L'adozione è un grande atto di coraggio sia da parte del figlio, che viene completamente sradicato dal suo passato, sia da parte della coppia, che decide di amare lo "scarto" di qualcun altro. Provare per credere!

POESIA
Una sera alla settimana sono volontaria ad un corso di italiano per stranieri. Queste sono due poesie che il mio gruppo (livello avanzato) ha prodotto come augurio per l'anno nuovo. 

ABBIAMO UN DESIDERIO:
VOGLIAMO CHE LA CRISI SPARISCA
E TUTTI I PENSIERI CATTIVI,
CHE TUTTI ABBIANO UN TETTO
E NON MANCHI IL CIBO SULLA TAVOLA,
CHE I GOVERNI DI TUTTO IL MONDO
SI METTANO D'ACCORDO FRA LORO
PERCHE' NON SPARISCA IL VALORE DELL'EDUCAZIONE
(SOPRATTUTTO DEI BAMBINI CHE SONO IL FUTURO)
E DELLA SALUTE PER TUTTI.



IN QUESTO MONDO ABBIAMO DIMENTICATO DIO,
ABBIAMO PERSO LA META,
NEL MONDO MODERNO ABBIAMO PERSO LA VERITA',
CONOSCIAMO LA VERITA' MA LE GIRIAMO LE SPALLE,
SIAMO OCCUPATI NELLE COSE MATERIALI, 
CI SIAMO DIMENTICATI DI RESPIRARE.


domenica 30 dicembre 2012

BIZZARRIA

ALL'IMPROVVISO BUSSANO ALLA PORTA, Etgar Keret, Feltrinelli
Anzichè andare a letto si mette davanti al computer a controllare la posta elettronica. Ha ricevuto un unico messaggio da un idiota che era stato suo compagno di classe alle elementari e che ha scovato il suo indirizzo di posta elettronica in un sito Internet. Ecco cosa c'è di frustrante in tutta questa tecnologia, pensa Sopracciglia unite. Gli inventori di Internet sono dei geni. e probabilmente credevano di contribuire al progresso dell'umanità con la loro invenzione, ma alla fine, anzichè sfruttare questo sistema ingegnoso per compiere ricerche e acquisire nuove conoscenze, c'è chi lo usa per rompere le scatole a un poveraccio che è stato suo compagno di banco in quarta elementare. Cosa dovrebbe rispondere a questo Yftach Rozales? Ti ricordi che avevamo disegnato una riga proprio in mezzo al banco? E che tu mi spingevi via col gomito ogni volta che la superavo? 

IL LIBRO
E' una raccolta di racconti, la maggior parte dei quali bizzarramente geniali. La comicità è sottile, l'umorismo fa leva su situazioni apparentemente normali e quotidiane ma in realtà assurde, come potevano essere i racconti di Kafka o i quadri di Escher. L'autore è israeliano e il suo paese, con tutte le nazionalità che vi sono confluite è il protagonista. Il tono è neutrale ma non si percepisce molto ottimismo.



Solennità del Natale del Signore, Omelia del Santo Padre

Benedetto XVI. Lunedì, 24 dicembre 2012

Dio si fa bambino 
Sempre di nuovo la bellezza di questo Vangelo tocca il nostro cuore – una bellezza che è splendore della verità. Sempre di nuovo ci commuove il fatto che Dio si fa bambino, affinché noi possiamo amarlo, affinché osiamo amarlo, e, come bambino, si mette fiduciosamente nelle nostre mani. Dio dice quasi: So che il mio splendore ti spaventa, che di fronte alla mia grandezza tu cerchi di affermare te stesso. Ebbene, vengo dunque a te come bambino, perché tu possa accogliermi ed amarmi.

Abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?
Se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta, ci sarebbe posto per loro? 
Sempre di nuovo mi tocca anche la parola dell’evangelista, detta quasi di sfuggita, che per loro non c’era posto nell’alloggio. Inevitabilmente sorge la domanda su come andrebbero le cose, se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta. Ci sarebbe posto per loro? E poi ci viene in mente che questa notizia, apparentemente casuale, della mancanza di posto nell’alloggio che spinge la Santa Famiglia nella stalla, l’evangelista Giovanni l’ha approfondita e portata all’essenza scrivendo: “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto” (Gv 1,11). Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?

Lasciare intrare a Dio
Ciò comincia col fatto che non abbiamo tempo per Dio. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, Egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’“ipotesi Dio”. Non c’è posto per Lui. 

Dio o io
Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per Lui. Noi vogliamo noi stessi, vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni. Siamo completamente “riempiti” di noi stessi, così che non rimane alcuno spazio per Dio. E per questo non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri. A partire dalla semplice parola circa il posto mancante nell’alloggio possiamo renderci conto di quanto ci sia necessaria l’esortazione di san Paolo: “Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare!” (Rm 12,2). Paolo parla del rinnovamento, del dischiudere il nostro intelletto (nous); parla, in generale, del modo in cui vediamo il mondo e noi stessi. 
Egli bussa in modo sommesso eppure insistente alla porta del nostro essere e del nostro volere.

Egli bussa 
La conversione di cui abbiamo bisogno deve giungere veramente fino alle profondità del nostro rapporto con la realtà. Preghiamo il Signore affinché diventiamo vigili verso la sua presenza, affinché sentiamo come Egli bussa in modo sommesso eppure insistente alla porta del nostro essere e del nostro volere. Preghiamolo affinché nel nostro intimo si crei uno spazio per Lui. E affinché in questo modo possiamo riconoscerlo anche in coloro mediante i quali si rivolge a noi: nei bambini, nei sofferenti e negli abbandonati, negli emarginati e nei poveri di questo mondo.

Esiste la verità 
C’è ancora una seconda parola nel racconto di Natale sulla quale vorrei riflettere insieme a voi: l’inno di lode che gli angeli intonano dopo il messaggio circa il neonato Salvatore: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento”. Dio è glorioso. Dio è luce pura, splendore della verità e dell’amore. Egli è buono. È il vero bene, il bene per eccellenza. Gli angeli che lo circondano trasmettono in primo luogo semplicemente la gioia per la percezione della gloria di Dio. Il loro canto è un’irradiazione della gioia che li riempie. Nelle loro parole sentiamo, per così dire, qualcosa dei suoni melodiosi del cielo. Là non è sottesa alcuna domanda sullo scopo, c’è semplicemente il dato di essere colmi della felicità proveniente dalla percezione del puro splendore della verità e dell’amore di Dio. Da questa gioia vogliamo lasciarci toccare: esiste la verità. Esiste la pura bontà. Esiste la luce pura. Dio è buono ed Egli è il potere supremo al di sopra di tutti i poteri. Di questo fatto dovremmo semplicemente gioire in questa notte, insieme agli angeli e ai pastori.

Dove c’è Pace 
Con la gloria di Dio nel più alto dei cieli è in relazione la pace sulla terra tra gli uomini. Dove non si dà gloria a Dio, dove Egli viene dimenticato o addirittura negato, non c’è neppure pace. Oggi, però, diffuse correnti di pensiero asseriscono il contrario: le religioni, in particolare il monoteismo, sarebbero la causa della violenza e delle guerre nel mondo; occorrerebbe prima liberare l’umanità dalle religioni, affinché si crei poi la pace; il monoteismo, la fede nell’unico Dio, sarebbe prepotenza, causa di intolleranza, perché in base alla sua natura esso vorrebbe imporsi a tutti con la pretesa dell’unica verità. È vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza. È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti. Se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il “no” a Dio ristabilirebbe la pace. 

Figli dell’unico Padre 
Preseppe a Piazza San Pietro. Roma. 2012
Preseppe a Piazza San Pietro. Roma. 2012
Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero. Allora non siamo più tutti fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre che, a partire dal Padre, sono in correlazione vicendevole. Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile. Nella Notte Santa, Dio stesso si è fatto uomo, come aveva annunciato il profeta Isaia: il bambino qui nato è “Emmanuele”, Dio con noi (cfr Is 7,14). E nel corso di tutti questi secoli davvero non ci sono stati soltanto casi di uso indebito della religione, ma dalla fede in quel Dio che si è fatto uomo sono venute sempre di nuovo forze di riconciliazione e di bontà. Nel buio del peccato e della violenza, questa fede ha inserito un raggio luminoso di pace e di bontà che continua a brillare.

Diventare uomini di pace 
Così Cristo è la nostra pace e ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini (cfr Ef2,14.17). Come non dovremmo noi pregarlo in quest’ora: Sì, Signore, annuncia a noi anche oggi la pace, ai lontani e ai vicini. Fa’ che anche oggi le spade siano forgiate in falci (cfr Is 2,4), che al posto degli armamenti per la guerra subentrino aiuti per i sofferenti. Illumina le persone che credono di dover esercitare violenza nel tuo nome, affinché imparino a capire l’assurdità della violenza e a riconoscere il tuo vero volto. Aiutaci a diventare uomini “del tuo compiacimento” – uomini secondo la tua immagine e così uomini di pace.
Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile

Appena gli angeli si furono allontanati, i pastori dicevano l’un l’altro: Orsù, passiamo di là, a Betlemme e vediamo questa parola che è accaduta per noi (cfr Lc2,15). I pastori si affrettavano nel loro cammino verso Betlemme, ci dice l’evangelista (cfr 2,16). Una santa curiosità li spingeva a vedere in una mangiatoia questo bambino, del quale l’angelo aveva detto che era il Salvatore, il Cristo, il Signore. La grande gioia, di cui l’angelo aveva parlato, aveva toccato il loro cuore e metteva loro le ali.

Pace a Betlemme 
Andiamo di là, a Betlemme, dice la liturgia della Chiesa oggi a noi. Trans-eamustraduce la Bibbia latina: “attraversare”, andare di là, osare il passo che va oltre, la “traversata”, con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo meramente materiale per giungere all’essenziale, al di là, verso quel Dio che, da parte sua, è venuto di qua, verso di noi. Vogliamo pregare il Signore, perché ci doni la capacità di oltrepassare i nostri limiti, il nostro mondo; perché ci aiuti a incontrarlo, specialmente nel momento in cui Egli stesso, nella Santissima Eucaristia, si pone nelle nostre mani e nel nostro cuore.

Andiamo di là, a Betlemme: con queste parole che, insieme con i pastori, ci diciamo l’un l’altro, non dobbiamo pensare soltanto alla grande traversata verso il Dio vivente, ma anche alla città concreta di Betlemme, a tutti i luoghi in cui il Signore ha vissuto, operato e sofferto. Preghiamo in quest’ora per le persone che oggi lì vivono e soffrono. Preghiamo perché lì ci sia pace. Preghiamo perché Israeliani e Palestinesi possano sviluppare la loro vita nella pace dell’unico Dio e nella libertà. Preghiamo anche per i Paesi circostanti, per il Libano, per la Siria, per l’Iraq e così via: affinché lì si affermi la pace. Che i cristiani in quei Paesi dove la nostra fede ha avuto origine possano conservare la loro dimora; che cristiani e musulmani costruiscano insieme i loro Paesi nella pace di Dio.
Benedetto XVI fa il messaggio Urbi et Orbi. Roma, 25 de dicembre 2012
Benedetto XVI fa il messaggio Urbi et Orbi. Roma, 25 de dicembre 2012

Quello urgente e quello importante
I pastori si affrettavano. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure Egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante. Perché non dovremmo essere presi anche noi dalla curiosità di vedere più da vicino e di conoscere ciò che Dio ci ha detto? Preghiamolo affinché la santa curiosità e la santa gioia dei pastori tocchino in quest’ora anche noi, e andiamo quindi con gioia di là, a Betlemme – verso il Signore che anche oggi viene nuovamente verso di noi. Amen.

venerdì 28 dicembre 2012

UN ALTRO NATALE

SORELLA, Rosamund Lupton, Giano editore
Finalmente capisco la passione per il giardinaggio tua e della mamma. E' un miracolo vedere crescere e rinnovarsi la vita a ogni stagione. Non c'è da meravigliarsi che partiti politici e religiosi facciano propri immagini di foglie verdi e simboli primaverili. Stasera me ne approprio anch'io e mi concedo di sperare che la morte non sia definitiva; che, come nella saga di Narnia che piaceva tanto a Leo, da qualche parte ci sia un paradiso dove la Strega Bianca è morta e le statue riprendono vita. Stasera non mi sembra così inconcepibile.

IL LIBRO
Splendida opera prima. E' un giallo ma dai tocchi tipicamente inglesi, maestri nel campo. L'ho letto e l'ho passato alla mia mamma, che di solito non ama questo genere, e a sua volta lei lo ha passato alla coetanea vicina di casa. E' il successo di questo libro: il passaparola, basti vedere che la casa editrice che lo ha pubblicato non è delle più grandi. Ha degli aspetti geniali, tiene col fiato sospeso ma senza violenza o gusto per l'orrido ed è evidentemente frutto di una mente colta. Con tanto di sorpresa finale!

FATTO DI CRONACA
E' successo qualche giorno fa, proprio nel quartiere dove c'è la scuola in cui io lavoro.



Dalla cronaca locale:
Ho scritto "una storia di Natale", ma le storie di Natale finiscono bene.
Questa invece no. Non ci saranno nomi, perchè non ha avuto neppure l'onore della cronaca sui giornali, quindi non ho un testimone o una fonte accreditata se non le voci che si rincorrono nel popoloso quartiere Tessera a Cesano Boscone, in provincia di Milano.

In questo quartiere, nelle le case popolari dell'Aler costruite in stile bolscevico negli anni settanta e nei palazzoni privati più carini ma comunque oramai datati che risalgono agli anni sessanta, vive tanta gente buona e altrettanta gente cattiva. Forse la gente cattiva è predominante numericamente, ma la gente buona è buona sul serio. Qui viveva un uomo di ottant'anni che ha passato la sua vita e il suo tempo libero a occuparsi degli altri, del Quartiere Tessera, della Parrocchia e dell'Oratorio. Gli anni erano tanti, ma per lui il riposo non esisteva e così alla sera, dopo la Messa delle 18 nella Parrocchia di Sant'Ireneo, prendeva la pisside con le Eucaristie e si recava nelle case degli ammalati che avevano chiesto di poter partecipare alla Comunione, anche se non potevano uscire di casa.

Una sera di qualche settimana fa, dopo la Messa serale, quest'uomo è uscito dalla Chiesa con stretta sul cuore la custodia delle Eucaristie e dopo aver fatto pochi passi dal sagrato della Chiesa di Sant'Ireneo, nel buio della sera e dell'indifferenza, è stato aggredito da un gruppo di ragazzotti. Un gruppo di giovani che hanno già fatto la loro scelta di vita e hanno voluto scegliere la cattiveria e la mancanza di pietà. Per tante persone, le vite di questi giovani sono vite perse, inutili, destinate a finire male e a far soffrire il prossimo. Per l'uomo che camminava lungo i marciapiedi sporchi del Quartiere Tessera con la Pisside delle Eucaristie stretta fra le
braccia, no: lui li avrebbe aiutati e accolti. Loro lo sapevano ma credevano che in quella scatoletta stretta fra le braccia con amore potessero esserci dei soldi. Così lo hanno circondato e picchiato fino a quando non è caduto per terra , perdendo i sensi. E' facile, quando si è giovani e forti, buttare per terra un anziano di 80 anni.

Quando lo hanno visto per terra, sanguinante, con ancora la custodia ben stretta fra le braccia, con il viso bianco e contratto dal dolore, e quando i pochi passanti non hanno più potuto far finta di non vedere, gli aggressori si sono dileguati.
L'anziano è riuscito ad alzarsi, forse aiutato da qualche passante, ed è tornato a casa sua, da solo. E' riuscito a sdraiarsi sul letto ancora vestito. Suo figlio lo ha trovato così, in fin di vita, con le Eucarestie ancor saldamente strette al cuore.

Dopo pochi giorni, è morto in ospedale, a causa della commozione cerebrale e delle botte ricevute. Non si sa ancora chi si è reso colpevole di questo omicidio così terribile, ma si spera che finisca, per il suo stesso bene, i suoi gironi in carcere, perchè è l'unico modo che avrà per espiare su questa terra l'omicidio di questo martire, morto letteralmente per difendere Gesù Cristo, a 2012 anni dalla sua nascita.

sabato 17 novembre 2012

GUERRA FREDDA

CODICE A ZERO, Ken Follett, Mondadori
Com'era finito lì? Si sforzò di pensare. Cos'era accaduto la sera prima? Non riusciva ricordare.
Il terrore cieco ritornò non appena si rese conto che non ricordava assolutamente nulla. 
Strinse i denti per impedirsi di urlare. Il giorno precedente...quello prima ancora... niente. Come si chiamava? Non lo sapeva. 

IL LIBRO

Difficile che Ken Follett non centri il bersaglio. Lo sfondo è la guerra fredda, le spie americane che votano la loro vita al comunismo russo ma che sono terrorizzate all'idea di andare a vive a Mosca., giovani intelligenti, che hanno studiato ad Harvard, che hanno rischiato la loro vita per liberare l'Europa dal nazismo e raramente hanno dovuto preoccuparsi della loro situazione economica eppure attratti da un ideale attraente. Forse è per questo che la vicenda appassiona ma non troppo, è un passato non lontano ma che ha perso il suo fascino. Solo James Bond tira ancora la carretta!!!
L’avventura suprema è nascere. Così noi entriamo all’improvviso in una trappola splendida e allarmante. Così noi vediamo qualcosa che non abbiamo mai sognato prima. Nostro padre e nostra madre stanno acquattati in attesa e balzano su di noi, come briganti da un cespuglio. Nostro zio è una sorpresa. Nostra zia, secondo la bella espressione corrente, è come un fulmine a ciel sereno. Quando entriamo nella famiglia, con l’atto di nascita, entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato. In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola.
Gilbert Chesterton