giovedì 28 aprile 2011

ETERNI CONFLITTI


FUGA DALL'INFERNO, Mischa Hiller, Newton Compton Editori
"Sono convinto che se facessero vedere cos'è davvero capace di provocare la guerra, non ce ne sarebbe più nemmeno una sulla faccia della terra. Qualunque soldato diserterebbe seduta stante se vedesse in che condizioni possono ridurlo. L'industria bellica chiuderebbe i battenti. Tutto questo fottuto
ambaradan smetterebbe di esistere." Si accese una sigaretta e scosse la testa. "Be', forse questo non basterebbe a fermare i costruttori di armi", disse sorridendo. "Probabilmente quegli stronzi, quando vedono una roba del genere, si danno grandi pacche sulle spalle e magari offrono un giro di birra a testa." indicò un fotogramma bloccato sullo schermo, un moncone non ancora fasciato, là dove fino a poco prima c'era una mano.

IL LIBRO
L'ho letto d'un
fiato. Riguarda la questione palestinese. Siamo nel 1982, quando a Beirut c'erano i campi profughi, il presidente Gemayel veniva assassinato e l'esercito cristiano falangista compiva una terribile strage tra quel popolo già martoriato, sotto gli occhi acconsenzienti di Israele. Personaggio principale è un ragazzo appena maggiorenne che vuole essere protagonista della storia ma, sconfitto dal male che sembra avere la meglio su tutto, ripiega per una via di fuga, il suo passaporto danese e scopre di poter impegnarsi più a livello personale che secondo uno schieramento politico. Gli eroi non vincono ma non vengono dimenticati, così come un numeroso gruppo di medici, infermieri e fisioterapisti occidentali che ha deciso di condividere la vita dei più deboli.

PERCHE' NON SI DEVE UCCIDERE

Dal “Corriere della Sera” il 9 maggio 2011

Dal libro “Non uccidere” che sta per uscire nella serie “I comandamenti” de Il Mulino (pp. 144, € 12), scritto dal cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, e da Adriana Cavarero, docente di filosofia politica all’università di Verona, anticipiamo la prima parte del capitolo sul significato di “Non uccidere” di Scola.

Angelo Scola

«Non uccidere» è il comandamento che nel Decalogo esprime il valore inviolabile della vita degli esseri umani agli occhi di Dio. Dal punto di vista della coscienza morale razionale e di una riflessione filosofica che cosa vi corrisponde? Che cosa, cioè, della visione di Dio sull’uomo è visibile anche dalla ragione umana? Dio vede nell’uomo la sua immagine; la ragione filosofica è in grado di vedere nell’uomo una dote eccezionale, che lo pone come essere singolare nell’universo: la sua capacità di aprirsi all’orizzonte intero della realtà, con il suo interesse e la sua domanda, la sua intuizione e il suo ragionamento, il suo desiderio e la sua affezione. È da ciò che gli deriva quella capacità di interpretare e trasformare realtà, di produrre forme e cultura, di costruire e abitare mondo, che lo rende così diverso da tutti gli altri viventi e così implicato con tutti gli esseri.

L’uomo è l’essere che stabilisce relazioni in ogni direzione, perché egli stesso è un io-in-relazione e capace di porsi in relazione di pensiero e d’azione con tutti i suoi simili e con la realtà intera. In tal senso l’uomo è centro del mondo, perché il «mondo» (che è ben più di un cosmo quantitativo) esiste solo in ragione del suo centro. Né i ripetuti tentativi di fare dell’uomo una creatura tra le altre, forse un po’ superiore, ma senza l’originalità irriducibile di abbracciare con le sue doti la realtà intera e di «costituire mondo», sono in grado di farlo con coerenza. Chi teorizza la parzialità dell’uomo (il suo essere nient’altro che un pezzo del cosmo), infatti, lo può fare considerando pur sempre una totalità di riferimento che è vista con il pensiero: l’uomo è una parte di un tutto pensato da quello stesso che lo considera solo parte, aggregato fisico, organismo biologico, apparato psichico, funzione sociale, ecc. Chi riduce l’uomo a una parte lo fa inevitabilmente in riferimento a una certa totalità di mondo: il cosmo fisico, il mondo biologico, l’evoluzione, la totalità sociale, ecc.

In altri termini, si può pensare l’uomo come «parte» , ma ci si contraddice pragmaticamente: si dice il contrario di quello che si fa; il pensiero umano che parla dell’uomo come parte lo fa pensando il tutto rispetto a cui l’uomo è parte. È questa la contraddizione su cui si fondano (cioè si invalidano) tutti i riduzionismi che pretendono di definire con le loro categorie parziali il tutto umano. Tale capacità umana è manifestazione di qualcosa di invisibile, eppure potente, cui è possibile dare i molti nomi di cui si è servita la lunga riflessione occidentale, come pensiero, soggettività, trascendentalità, anima, non equivalenti, ma convergenti sull’idea di un nucleo costitutivo l’identità umana in quanto umana, essenziale, intrascendibile, inafferrabile; di cui ci si può disfare solo attraverso una difficilissima operazione di radicale riduzionismo materialistico, il cui esito è di non aver più spiegazione plausibile dell’inequivocabile differenza operativa e culturale dell’uomo.

Questa gloria dell’essere, che è l’uomo, è il luogo in cui si incontrano la visione di Dio e la riflessione umana stessa. Essa è l’oggetto proprio della proibizione di «Non uccidere» . Perché non si deve uccidere? Perché l’uomo è creato «a immagine e somiglianza di Dio» e l’uccisione dell’uomo, oggetto del compiacimento di Dio («Dio vide quanto aveva fatto [con la creazione dell’uomo], ed ecco, era cosa molto buona», Gen 1,31), è affronto e disprezzo di Dio; così risponde la coscienza teologica. Perché l’uomo è portatore di una «dignità incomparabile, senza prezzo» , come pensa Kant; così risponde una tradizione filosofica che ha dato il suo lessico alla cultura moderno-contemporanea della libertà e dei diritti umani.

Ma la ragione del «Non uccidere» richiede un approfondimento, decisivo quanto all’apprezzamento della radicalità della proibizione e al senso della norma. Ciò che non si deve voler uccidere è l’uomo come tale, considerato nella sua identità antropologica propria, cioè, per essere rigorosi, nella sua trascendentalità, che ha una dignità senza prezzo perché è incomparabile ed è tale perché è la condizione di ogni esperienza, di ogni azione, relazione, significato. Come si diceva, essa è la condizione dell’apparire del mondo, cioè della relazione intenzionale e culturale per cui l’uomo apre in torno a sé il mondo, ovvero la realtà in quanto pensata, interpretata, trasformata. Trascendentalità vuol dire pensiero, desiderio, volontà, libertà; è, perciò, anche la condizione di incontro tra gli uomini, delle loro relazioni intersoggettive e socializzanti.

Approfondire il comandamento significa affermare che voler uccidere il tutto antropologico, di cui si diceva, non è possibile senza contraddizione, in un duplice senso. In un primo senso, perché l’uccidere tratta l’identità trascendentale umana come qualcosa che può essere scambiato, barattato con altro o sacrificato per altro. Chi uccide, infatti, è motivato dall’evitare un danno per sé o per altri (e tramite altri ancora per sé). Lo fa per vendicare qualcosa di sé o di altri, per «far pagare» un debito verso di sé o altri, per sacrificare altri a un bene superiore, per immolare altri a un Dio-Padrone… In ogni caso la dignità è equiparata a qualcosa di inferiore a sé o è resa oggetto di qualcosa di superiore a essa; in ogni caso è ridotta a oggetto: la sorgente stessa d’ogni possibile esperienza diventa oggetto misurato e sottoposto a un particolare sentire, quello dell’ira, della bramosia o della vendetta, oppure è reso oggetto dell’interesse anonimo di un progetto storico (il Terzo Reich, il comunismo mondiale, la globalizzazione tecnocratica) o di un Dio così impotente da aver bisogno del sangue di sue creature, ecc.

La violenza dell’uccidere sta essenzialmente in questo scarto di livello, per cui l’umano è oggettivato e l’altro uomo è cosificato; una cosificazione — si noti — di fatto solo immaginata o voluta, perché in realtà impossibile: se l’uomo fosse cosificabile, semplicemente non sarebbe l’essere soggettivo trascendentale che è.

martedì 26 aprile 2011

SHARE ONE DAY: A PAINTING


GUERNICA


Difficilissimo scegliere un solo quadro ma questo è rimasto sicuramente impresso. Ero in vacanza a Santa Pola, che non raccomando, vicino ad Alicante con due amiche e decidemmo di andare a Lisbona in treno via Madrid. A Madrid passammo circa otto ore di caldo allucinante, aggravato dai condizionatori che sputavano fuoco sui passanti. Eppure davanti a questo quadro, molto più grande di come immaginavo, si fermò il tempo e lo spazio lasciando un segno indelebile.


Grazie all'iniziativa di laproffa.blogspot.com

Rif.="http://laproffa.blogspot.com/search/label/share one day">Powered by BannerFans.com

lunedì 25 aprile 2011

FINE DELLA CORSA



L'ULTIMA STAZIONE, Jay Parini, BompianiCertamente, caro Shaw, la vita è una cosa molto importante e molto seria e ognuno di noi si deve sforzare, nel breve tempo che ci è assegnato, di cercare di scoprire quale sia il proprio compito e di svolgere quel compito al meglio. Questo vale per tutti gli uomini e le donne, ma è specialmente vero per uno come te, un uomo che ha il dono di pensare in modo originale e di arrivare al cuore dei problemi. Così, sicuro di non offenderti, ti dirò cosa mi sembra sbagliato del tuo libro.
Il primo difetto è che non sei abbastanza serio. Non si dovrebbe mai scherzare sullo scopo della vita umana, sulle ragioni della sua perversione, oppur e sul male che logora l'umanità giorno dopo giorno...

IL LIBRO
Gore Vidal afferma che questo sia uno dei più bei romanzi storici scritti negli ultimi vent'anni. Sbaglia. Ne ho letti di molto meglio. Affascinante invece è conoscere qualcosa
di più della vita di Tolstoj, sui libri del quale ho passato la mia adolescenza e prima gioventù (che se ne va!).
Ricordo che in quarta magistrale andammo in
gita a Roma e portai con me un'edizione di Guerra e pace della biblioteca che stavo leggendo e non volevo abbandonare nemmeno per pochi giorni. Non ci stava nella borsa da viaggio, così la portavo in mano. Non sono però così estranea all
a realtà: non lo aprii per tutto il tempo, in tutt'altre faccende affaccendata. Adoravo Tolstoj, ancora più di Dostoevskij, per le sue trame e perchè mi ritrovavo nelle sue riflessioni. In questa biografia romanzata degli ultimi anni della sua vita non attrae molto, sembra più un eccentrico che un esperto della vita e dell'umano. E' bello, però, conoscere diversi punti di vista.

SII TU IL TUO MIRACOLO!


Alcuni amici mi hanno fatto conoscere questa pagina web. Ho cominciato a seguirla con costanza e la suggerisco a tutti i blogger specialmente quelli impegnati nel campo dell'educazione

domenica 10 aprile 2011

MITI CLASSICI


ANNIBALE, Paolo Rumiz, Feltrinelli
Passa un sommergibile nero, silenzioso, identico ai sottomarini ancorati all'ammiragliato di Cartagena. Mi sporgo dalla murata e ho gli occhi umidi, non so se di salsedine o di commozione. Ora sarà dura fare a meno del sogno, ma forse, grazie a quell'uomo, qualcosa di nuovo è entrato per sempre nel mio modo di viaggiare. Vorrei dire ai turisti accanto a me: buttate via guide e tour operator, costruitevi da soli i vostri sentieri invisibili. Ritrovate la dimensione fantastica del viaggio.
La collina dei cipressi sparisce all'orizzonte. Sono gonfio di ammirazione. Hai vissuto in piedi, Hannibal, fino all'ultimo dei tuoi giorni. Hai preferito morire alla grande piuttosto ch
e svanire nel nulla. Mi torna in mente un motivo di Neil Young che si attaglia alla perfezione: "It's better to burn out, than to fade away".

IL LIBRO
Un'avventura, un viaggio che trascina il passato nel presente. Un uomo, storico, Annibale e le sue imprese mitiche che lo rendono immortale, eterno eroe di un mondo classico che non c'è più,
nonost
e alla Turchia, incontrando persone, esperte o meno colte, luoghi che potrebbero riportarlo in vita. E' un modo di viaggiare che suscita invidia: il passato diventa presente, il presente non esisterebbe senza passato, la ricerca di tracce e testimoni diventa lo scopo. Il tutto davvero ben raccontato e coinvolgente. Di Annibale io sapevo ben poco e non mi aveva mai suscitato nessuna passione, a parte una leggera simpatia per i poveri elefanti. Invece questo libro ti lascia il desiderio di conoscere la storia, qualsiasi, in questo modo: in azione! Altro che passato morto e sepolto, possiamo tornante imperi a noi più vicini nel tempo abbiano tentato di ricopiarne le gesta.
Un mondo classico di cui l'autore ha nostalgia, una nostalgia che, però, non riesco a condividere. Bellissima invece la sua impresa: ripercorrere il viaggio di Annibale, dall'Africa alle Alpi, dal Sud Italia all'Armenia
are indietro, di generazione in generazione. Un unico neo: un dichiarato anticlericalismo che con il personaggio di Annibale è totalmente gratuito e fuori tema.

LA STORIA
IL MIRACOLO DI ANDREA, PRIGIONIERO DEL "FATALE INCANTESIMO"

sabato 9 aprile 2011

“La tenerezza di Dio si rivela quando il mio bambino mi accarezza il lobo dell’orecchio”. Così Gina Codovilli descrive un vero e proprio miracolo, il miracolo che le è accaduto, quello di accettare l’irruzione di una misericordia inaspettata nella sua vita. Lo descrive in un libro dal titolo eloquente e chiarificatore Il mio Principe - soffrire, crescere, sorridere con un figlio autistico(Ed. Itaca, Castel Bolognese 2010).
Quando Gina scopre di aspettare il terzo figlio ha quarant’anni e dopo due maschi è convinta che sarà una femmina. E il classico cliché dello scambio di cartelle cliniche le fa credere che sia proprio così. Comincia a fantasticare, a sognare, a fare progetti… ma la realtà non è esattamente come la progettiamo. Il figlio è maschio, ma non è questo il dramma ovviamente. Quando ha 10 mesi un medico le dice “Vostro figlio è autistico. Ha già dato tutto quello che poteva dare”. Per Gina è una sentenza di condanna cui non riesce però a rassegnarsi. “Si può camminare con le gambe di pezza?” si chiede uscendo dallo studio del medico. Gina non molla, le prova tutte per risvegliare il figlio dal “fatale incantesimo” che lo tiene rinchiuso in un mondo tutto suo.
Idroterapia, musicoterapia, logopedia, psicoterapia, ippoterapia, delfino terapia (Andrea ha nuotato con Ulisse, il delfino, prima che diventasse il protagonista di uno spot). È difficile accettare una
realtà così dura e ostile: “Lui se ne frega di tutte le strategie che metto in atto per richiamare la sua attenzione e continua imperterrito a sfarfallare la sua mano davanti al viso. Il suo mondo arriva lì, alla sua mano: oltre non c’è nulla.” Sembra non esserci la possibilità di comunicare. La mancanza della comunicazione verbale è l’aspetto della patologia di Andrea che rimane per Gina la più misteriosa, ed è anche quella che la fa soffrire di più. “Quale sortilegio malvagio gli impedisce di parlare? Quale incantesimo perverso trattiene le sue paroline nel labirinto inestricabile da cui non riescono a venire fuori?”
Dall’autismo non si guarisce. Ma questo non significa che non si possa fare proprio nulla. Si può fare ad esempio come Gina, che lotta affinché suo figlio possa frequentare la scuola, coinvolge educatori, insegnanti, direttori, presidi e insieme ad alcuni di loro (che chiama angeli) riesce a costruire per ogni fase scolastica un percorso educativo e riabilitativo che tenga giustamente conto di suo figlio, delle sue attitudini, delle sue preferenze, della sua persona. E infatti Andrea risponde a questo percorso.
Commovente la pagina in cui Gina racconta della recita di fine anno scolastico, quando Andrea irrompe sulla scena volteggiando sui pattini a rotelle come un ballerino provetto. O quella in cui guardando dal balcone suo figlio che parte a razzo in bicicletta con il padre pensa “so che al suo ritorno avrà fatto fuori un altro paio di scarpe; infatti rallenta e si blocca usando la punta dei piedi poiché non ha ancora appreso il meccanismo della fermata coi freni... mi inteneriscono le sue calzature bucherellate: sono il segno evidente del suo combattuto contatto con la realtà”.
Oggi Andrea ha 23 anni e si è diplomato un anno fa all'Istituto alberghiero. Potrebbe addirittura lavorare come cameriere in alcuni contesti.
Un bellissimo esempio di sussidiarietà, come descrive Gina in un passaggio del libro, la possibilità che viene data ad Andrea non è appena un contentino per una madre insistente e combattiva “...Ma è una vittoria per la scuola tutta, intesa come comunità educativa al servizio dei cittadini. È la dimostrazione, infatti, che le istituzioni possono dare risposte flessibili se chi le rappresenta non si trincera dietro la staticità delle leggi. Perché non esistono normative o regolamenti inamovibili. Esistono persone di buona volontà che, con un po’ di coraggio e di buon senso, possono fare grandi cose. Basta lasciarle esprimere liberamente. Penso che solo le leggi divine o quelle della natura siano inviolabili: quelle umane, volendo, si possono aggiustare”.
Il diario Gina riconosce e svela in questo dramma (perché la drammaticità rimane), raccontato con sincerità, verità e un pizzico di ironia, il sacrificio d’amore che ogni genitore compie nell’accettare il dono che il figlio è, sano o diversamente amabile che sia (parole sue). “Andrea a cavallo assomiglia a un piccolo lord inglese. Ha pure quell’aria giusta, un po’ distaccata e snob, un po’ annoiata e assente da vero principe”.
E pensare che aveva dato tutto. Il 2 aprile per le Nazioni Unite è stata la Giornata Mondiale per l'Autismo e io ho per le mani la bellissima storia di Gina e Andrea. Non posso non raccontarla a tutti.

lunedì 21 marzo 2011

SI RACCOGLIE CIO' CHE SI SEMINA


I TERRIBILI SEGRETI DI MAXWELL SIM, Jonathan Coe, Feltrinelli
... e fu allora che mi colpì in pieno. La solitudine. Ero seduto, sottoterra, in un bugigattolo, a quindicimila chilom
etri da casa. Se avessi avuto un attacco di cuore improvviso, seduto su quel water - quali sarebbero state le conseguenze? Probabilmente un membro del personale mi avrebbe trovato prima della chiusura del ristorante. A quel punto avrebbero chiam
ato la polizia che, controllati il mio passaporto e le carte di credito, sarebbe risalita ai miei rapporti con papà e Caroline - grazie ai database internazionali, suppongo - e avrebbe telefonato per avvertirli. E Caroline come l'avrebbe presa? Sarebbe rimasta sconvolta, all'inizio, ma non so bene fino a che punto. Ormai non avevo più un ruolo importante nella sua vita. Per Lucy sarebbe stato peggio, naturalmente, ma anche lei era sempre più distante e non si faceva viva da più di un mese. E poi che altro? Un turbamento fugace, forse, tra amici e colleghi, ma niente di importante. Chris, il mio vecchio compagno di scuola, ecco, forse lui avrebbe provato qualcosa... non so, magari un certo rmpianto, al pensiero che ci eravamo allontanati e non ci vedevamo da tantissimo tempo. A
Trevor Paige sarebbe dispiaciuto, sì, a lui sarebbe dispiaciuto molto. E anche a Janice, sua moglie. Ma, aldilà di questo, la mia dipartita non avrebbe avuto grosse ripercussioni. Un account su Facebook disattivato - ma se ne sarebbero davvero accorti i miei amici su Facebook? Ne dubitavo. Ero solo al
mondo, adesso, terribilmente solo. Il giorno seguente, al mio rientro dopo un lungo volo, non avrei trovato altro ad attendermi che un appartamento disabitato, pieno di mobili dell'Ikea, e tre settimane di bollette, estratti bancari e pubblicità di pizze a domicilio.

IL LIBRO
Jonathan Coe è uno dei nomi che resterà, ha idee geniali, capacità di narra
re in modo semplice senza essere banale e di andare al fondo della società odierna, pur rimanendone apparentemente sulla superficie. Forse perchè è nato nel 1961 e non è così lontano da me: una
g
enerazione che è passata al
la storia per i pochi che si illudevano di cambiare il mondo, mentre la maggior parte, come me, non poteva permettersi di buttare via il tempo o i soldi. E, all'apparenza, tanta noia, abitudine, calma piatta ma proprio questo ci ha permesso di costruire famig
lie solide e di mantenere alcuni dei valori imprescindibili del nostro mondo. Unica pecca del libro il finale. Io avrei dato una possibilità reale al protagonista. E' triste arrivare a cinquant'a
nni e non aver niente da raccogliere ma io, e non grazie a me, sono ottimista e, ne sono convinta, c'è speranza per tutti.

Mons. Luigi Negr
i, 17 marzo 2011

Con l’ arroganza e la crudeltà di quelli che ritengono che il proprio potere sia l’unica norma della vita e che non esista nessuna legge con cui uomini di potere devono confrontarsi, il figlio del rais ha affermato: entro 48 ore sarà tutto finito. E’ un orrore tremendo quello che ci investe è l’orrore di aver visto migliaia e migliaia di persone mitragliate, uccise, violentate, in fuga dai loro paesi, trattati con una crudeltà che ricorda altri, e più terribili momenti della storia. Non tocca a me è l’analisi della forma che avrebbero preso queste cosiddette “rivoluzioni” se si fossero affermate, ma è indubbio che la radice profonda di queste ribellioni si chiama desiderio del pane e della libertà.
Un’altra volta il desiderio del pane e della libertà è stato eliminato, annullato da una repressione tanto cieca quanto
violenta e, in qualche modo, belluina.
Ma lasciatemi dire che se l’orrore è grande, la vergogna nostra dovrebbe superare questo orrore. Queste cose sono avvenute nel silenzio, nella confusione, nelle dialettiche interne, quando non nella omertà di forze politiche europee ed internazionali che hanno, ancora una volta, privilegiato interessi particolari o associati, chiudendo il cuore e la coscienza a questo invito pressante che veniva da queste popolazioni massacrate.
Un Occidente ancora schiavo dei rigurgiti delle ideologie del passato, soprattutto nemico della tradizione cristiana e del suo influsso benefico e positivo sulla vita dei popoli europei e delle nazioni europee, un Occidente ancora così gravemente segnato dal laicismo, un Occidente schiavo del proprio consumismo edonistico per il quale profonde, quotidianamente, somme così ingenti che risolverebbero la situazione sociale di molti paesi sottosviluppati, un Occidente schiavo di questi regimi dittatoriali per le risorse energetiche, Come e Dove può trovare l’energia morale e culturale per giudizi e gesti inequivocabili?
Questo Occidente debole, in profonda contraddizione con le sue radici e la sua autentica tradizione cristiana e laica, guardi bene a quello che sta succedendo nel Maghreb.
Io non ci sarò più, ma temo molto che le prossime generazioni italiane ed europee saranno travolte dagli stessi fenomeni di violenza, di massacro, realizzati in nome di una ideologia che, presuntamente religiosa, si esprime poi con il disprezzo totale della vita e della libertà umana.

venerdì 11 marzo 2011

COSE SEMPLICI



L'ALBERO DELLE LATTINE, Anne Tyler, Guanda
"Lui è l'unico che può aiutarla in questo momento. Non una tazza di tè caldo, non gente che gira per casa, nemmeno suo marito. Solo il ragazzino,
suo figlio."
"Non vedo come" replicò Joan.
Missouri assunse un'espressione esasperata. "Lei non lo può sapere"le disse, "Non può sapere come sarebbe. L'aspetto più coraggioso degli uomini, signorina Joan, è che continuano a voler bene alle creature mortali anche dopo aver scop
erto che esiste la morte. Devo dirglielo io, questo?"

IL LIBRO
Una storia tranquilla, semplice, senza colpi di scena. Appa
rentemente l'immagine languida di una cittadina della provincia americana, di gente noiosa da cui si vorrebbe solo scappare. Eppure in quella realtà ci sono tutti gli aspetti di una vita piena: il lavoro, gli innamoramenti, la morte, il desiderio di un bene grande. Il tutto raccontato con la maestria e la poesia proprio di una donna che vive. Questo è il genere di libri che piace alla mia mamma che, pur avendo frequentato fino alla terza elementare e avendo preso il diploma di terza media da adulta con le centocinquanta ore, sa riconoscere e apprezzare la buona letteratura.
FOREVER YOUNG

May God bless and keep you always,

May your wishes all come true,

May you always do for others Testo trovato su http://www.testitradotti.it

And let others do for you.

May you build a ladder to the stars

And climb on every rung,

May you stay forever young,

Forever young, forever young,

May you stay forever young.

May you grow up to be righteous,

May you grow up to be true,

May you always know the truth

And see the lights surrounding you.

May you always be courageous,

Stand upright and be strong,

May you stay forever young,

Forever young, forever young,

May you stay forever young.

May your hands always be busy,

May your feet always be swift,

May you have a strong foundation

When the winds of changes shift.

May your heart always be joyful,

May your song always be sung,

May you stay forever young

Forever young, forever young,

May you stay forever young.

Bob Dylan


Esiste un testo più bello di questo?


http://www.youtube.com/watch?v=Hc-a1kP7ITA&feature=player_embedded

(bella versione "cartone animato" del testo

sabato 5 febbraio 2011

PIACERE O DOLORE?

QUELLO ERA L'ANNO, Dennis Lehane, Piemme
"Nella mia esperienza" disse poi "raramente il momento più memorabile della vita di un uomo è piacevole. Una cosa piacevole non ci insegna niente, tranne che il piacere è piacevole. Che razza di lezione è questa? Una scimmia che si fa una sega lo sa. No, no. L'essenza dell'apprendimento, fratelli miei, è il dolore. Pensateci su...per esempio, non ci rendiamo quasi conto quanto si sta bene da bambini finchè non lo siamo più. Di solito non riconosciamo il vero amore finchè non ci è scappato di mano. E allora, allora diciamo: accidenti, quello sì che era amore, vero amore. Ma al momento?". Si strinse nelle enormi spalle e si picchiettò la fronte con il fazzoletto. "Quello che ci fa crescere è quello che ci ferisce. Un prezzo alto, d'accordo. Ma" allargò le braccia e rivolse loro il suo più radioso sorriso "impariamo cose che non hanno prezzo."

IL LIBRO
Era tanto che non leggevo un libro "lungo" ma così avvincente. Bellissima storia ambientata negli Usa del primo dopoguerra. La crisi economica si sta avvicinando, la vittoria della prima guerra mondiale non porta grandi benefici, il razzismo è mentalità comune e legale, le condizioni lavorative d
isumane. E' difficile credere che ci sia stato un periodo della storia non così lontano in cui si lavorasse ottanta ore a settimana, non ci fosse assistenza sanitaria, ferie o malattia.
Centro della vicenda è Boston con la sua comunità irlandese, molti di loro nella polizia, italiana, piena di terroristi anarchici e affiliati alla "mano nera", est europea, spesso bolscevica e simpatizzante della Rivoluzione russa e di "colore", che sopravvive e si adatta all'appartheid. La classe politica è incompetente, ci sono i grandi scioperi e il proibizionismo è alle porte. Babe Ruth, leggenda del baseball, unisce i vari capitoli e contribuisce all'intreccio dei vari protagonisti. E' il primo libro che leggo dell'autore, il quale, ho scoperto, ha scritto Mystic River e altre storie da cui hanno tratto altrettanti film. Gli episodi storici sono documentati, c'è infatti una bibliografia finale, ed è davvero accattivante conoscere la storia attraverso un romanzo. Sapevate infatti che i poliziotti di Boston dovevano acquistare di tasca loro uniformi e proiettili?

IN SEI PAROLE
Sto frequentando un corso che si intitola "Dentro l'ABC" e, nonostante al momento
dell'iscrizione pensavo fosse tutt'altro, ci si ritrova a riflettere sulla parola. La relatrice ci
ha presentato un'opera del pittore Ugo Carrega, di cui però non ho trovato l'immagine, nella quale non vi erano immagini ma ripetute molte volte queste parole: uomo, donna, tempo, spazio, mano
e, una sola volta, la parola mente. Ho copiato l'idea e ho chiesto ai miei alunni di "dipingere" un quadro utilizzando le cinque parole più importanti della loro vita. Ho una quinta e sono abituati a compiti in cui devono riflettere. Mi hanno stupito, come sempre. Alcune parole non erano affatto scontate. La bambina filippina ha scelto tra l'altro "canzoni", a cui probabilmente io non avrei pensato e ho deciso di cimentarmi anch'io, e un altro ha scritto "pizza". In fondo, perchè no? Io ho scoperto tante cose mentre ero seduta davanti ad una pizza. Questo lavoro è stato motivo di discussione tra i colleghi. Tutti hanno istintivamente detto, senza peraltro che nessuno glielo chiedesse, quali erano le loro parole preferite. Queste le mie: casa, tempo, musica, io, risa, amico.