domenica 30 novembre 2008

LA GRANDE GUERRA

A LONG LONG WAY, Sebastian Barry, Instar Libri

Tim Weekes si rivelò un gran lettore. In genere circolava il giornale del reggimento che passava di mano in mano, o qualche romanzo comprato nelle stazioni, polizieschi da due soldi e storie del selvaggio West. Il Far West d'America naturalmente... che certo non poteva esere più selvaggio del posto in cui si trovavano.
Ora invece nel plotone stretto nella morsa dell'inverno cominciò a circolare Dostoevskij. L'Idiota e Foglie D'Erba di Walt Whitman, che incontrò un grande successo (...). Ma il libro da cui nessuno voleva staccarsi era quello di Dostoevkij.
Non parlava di loro, parlava dei maledetti russi, ma in un certo senso parlava di loro. Divoravano quel libro come fosse carne o zucchero. Dostoevskij li aveva conquistati.
Anche Willie Dunne lo apprezzava; e cominciò a godersi un paio d'ore in disparte in qualche comoda nicchia. Riusciva a tuffarsi in quella Russia allo sfascio. Pensava che gli sarebbe piaciuto conoscere alcuni dei veri russi che combattevano contro i tedeschi sul fronte orientale.
Dalle desrizioni sembravano grandi il doppio degli irlandesi, o almeno questa era la sua impressione, uomini massicci e filosofici. Non sapeva se ammirare L'Idiota o no.
Non sapeva se l'Idiota fosse un idiota o un santo o entrambe le cose.

IL LIBRO
E' un romanzo sugli Irlandesi che combatterono la prima guerra mondiale. Le ragioni che spinge i giovani di questo popolo ad arruolarsi sono diverse: fedeltà al Re, promessa di indipendenza per il loro Paese, incoscienza... Per quelli che sopravvivono negli anni della guerra sarà però sempre più difficile. In patria regna la confusione, la guerra civile e nell'esercito la loro identità è messa in crisi, gli stessi ufficiali si fideranno di loro sempre di meno. E in questa guerra assurda, in queste battaglie perse anche quando vinte il sangue dei ragazzini bagna l'Europa. E' sicuramente un bel libro, commuove ma nel senso buono, non si arriva mai nè al sentimentalismo nè ad una visione ideologica dei fatti. Alcune scene diventano parte della propria memoria: l'incontro di boxe (nonostante sia uno sport che evito e ignoro, è raccontato magistralmente), i soldati in fila per la confessione prima dell'attacco, il caos delle strade di Dublino, il canto dell'Ave Maria. Ricorda un po' Il Cavallo Rosso di Corti (uno dei mie libri preferiti) anche se non raggiunge le stesse profondità.

Dall'Autobiografia di Chesterton, che partecipò alla guerra:
"L'esistenza è ancora per me una cosa strana, e come ad uno straniero le diedi il benvenuto" (1936)

VANITA'
D'improvviso
è alto
sulle macerie
il limpido
stupore
dell'immensità

L'uomo
s'è curvato
sull'acqua
sorpresa
dal sole
e si rinviene
un'ombra
cullata
e piano franta
in riflessi insenati
tremanti
di cielo

Giuseppe Ungaretti
Vallone il 19 agosto 1917

martedì 18 novembre 2008

VOCAZIONE

I MARMOCCHI DI AGNES, Brendan O' Carroll, Neri Pozza Editore
David si era sempre sentito un po' più vicino a Dio che agli amici. il passaggio al collegio di San Patrizio gli aveva fatto conoscere i Fratelli di San Patrizio, uomini votati al celibato che avevano dedicato la loro vita a Dio e all'educazione dei giovani. La cosa aveva avuto un profondo impatto su David e, dopo il solo primo anno di collegio, aveva annunciato in segreto a padre Francis, il suo insegnante di religione, che gli era parso di avere la vocazione. Padre Francis era stato molto calmo e comprensivo col ragazzo - le vocazioni genuine da parte degli allievi dei collegi di San Patrizio in tutta Irlanda non erano rare, come non lo erano le false o presunte vocazioni. Padre Francis aveva detto a David che era molto giovane per prendere una decisione così importante, che avrebbe dovuto rifletterci bene e pregare dio affinchè le guidasse. Nel frattempo avrebbe dovuto vivere quanto poteva la vita di un ragazzo normale e, come aveva detto padre Francis, "mettere alla prova la sua vocazione".
IL LIBRO

Classico humour irlandese (anche se devo ammettere avrebbe potuto essere meglio, ma forse la colpa è del traduttore). E' il seguito del film di qualche anno fa, dove Agnes Browne era una magnifica Anjelica Houston. Suscita un'istintiva simpatia per le famiglie irlandesi: nello stesso isolato sei famiglie quarantasei figli, tra cui cinque Patrick, cinque Dermot, quattro Cathy, quattro Rory, tre Willy e tre Jimmy. E chissà quanti capelli rossi (ginger head come diceva mio suocero)! Mia cognata dice che in Inghilterra le famiglie cattoliche della sua gioventù si riconoscevano dallo spropositato numero di figli. E' rimasta un po' delusa quando ha saputo che in Italia la crescita della popolazione è zero. Le abbiamo distrutto lo stereotipo!!

LA MIA VITA E' CAMBIATA DA QUANDO HO DECISO DI DONARLA
Di Pierluigi Banna (Avvenire, 19.11.2008)

Da quando sono entrato in Seminario (meno di due mesi fa), non passa giorno in cui non mi ritrovi a chiedermi: ma io cosa ci faccio qui? Spero che questa domanda non abbandoni mai il mio cammino, perché mi costringe a ricordarmi della mia storia, di come Cristo ha conquistato la mia vita , fino a condurmi qui in Seminario. Sono nato 24 anni fa a Catania; in seguito, mi sono trasferito a Milano per studiare Lettere classiche alla Statale, dove mi sono laureato lo scorso luglio. La mia vita è cambiata 10 anni fa, quando ho visto con i miei occhi che Cristo non era solo il più grande uomo del passato, la fede nel quale avevo acquisito per tradizione familiare, ma è una Presenza viva che ancora oggi può cambiare la vita dell’uomo e far sperimentare il 'centuplo quaggiù'. Ho potuto constatare con commozione la presenza di Cristo all’opera nei volti di tanti uomini la cui vita era realmente più intensa, più seria, più appassionata a tutto: desideri, domande, rapporti, politica. Quando sei raggiunto da uno sguardo così appassionato all’uomo – cioè proprio a te – perché appassionato a Cristo, non te lo dimentichi più, è un punto di non ritorno nella tua storia. Da quel momento in poi, puoi essere nella bufera, ma non puoi negare che la realtà, la vita tutta, comunque vadano le cose, è per te, perché c’è Uno che te la da; e che tu, con tutti i tuoi infiniti errori, non sei sbagliato, perché c’è Uno che ti ha amato con una tale tenerezza da dirti: «Persino i capelli del tuo capo sono tutti contati». Passa il tempo, arriva l’università, i volti e le situazioni cambiano, ma permane l’accento inconfondibile di quello sguardo, sempre lo stesso. Il vorticoso ritmo della vita universitaria milanese è così stato lo scenario di un dialogo serrato tra il mio io e il Mistero fatto carne dentro le circostanze di tutti i giorni per sei anni, senza tregua, dalle 8 del mattino a Messa, a mezzanotte prima di andare a letto in appartamento. Le amicizie dentro la comunità di Comunione e Liberazione della mia università, lo studio, l’interesse per la vita universitaria, la bellezza della preghiera, del canto, dei momenti di vita comune e, soprattutto, la bellezza di certi amici, la cui vita è stata sensibilmente trasformata dall’incontro di Cristo, mi sorprendevano; e con lo stupore cresceva l’affezione a Cristo. È sorto così – come un’embrionale intuizione – il desiderio di dare tutta la mia vita facendo il prete. Quell’intuizione non era un prodotto del mio pensiero: l’ho potuto constatare perché ogni volta che la prendevo seriamente in considerazione mi faceva innamorare del presente, e perciò di Cristo, non mi faceva distrarre dalla vita in inutili preoccupazioni di un ipotetico futuro col 'colletto'. Non potrò dimenticare, ad esempio, l’intensità dell’ultimo periodo dell’università, mentre scrivevo la tesi di laurea: più cercavo di far bene la tesi, più cresceva il desiderio di entrare in Seminario e viceversa. Adesso sono passati meno di due mesi dal mio ingresso in Seminario. Tutto quel che è iniziato in questi primi 24 anni, incomincia già ad approfondirsi e a prendere forma. Ogni giorno, la liturgia delle ore, la meditazione, il rapporto con i compagni, lo studio, costituiscono continuamente un richiamo a Gesù che dall’altra parte della riva attende con pazienza che io mi ridesti dal torpore dei miei pensieri, e come Giovanni dalla barca esclamando lo riconosca: «È il Signore!». * Seminario arcivescovile di Milano Il corso di laurea in Lettere classiche, la vita movimentata di Milano, gli impegni, gli amici. Poi lo sguardo di Pierluigi si spinge «oltre»

sabato 8 novembre 2008

FALSI MITI


LA FIGLIA OSCURA, Elena Ferrante, Edizioni e/o

I due salirono, erano inglesi, lui un tipo brizzolato, sui quaranta, lei sicuramente meno di trenta. All'inizio fui ostile, taciturna, mi si complicava il viaggio, avrei dovuto faticare ancor di più per tener buone le bambine. Parlò soprattutto mio marito, gli piaceva stabilire relazioni, soprattutto con stranieri. Era cordiale, faceva domande senza badare alle convenzioni. Venne fuori che i due avevano bruscamente il loro lavoro (non ricordo cosa facessero) e, col lavoro, le famiglieç un giovane marito lei, moglie e tre figli piccoli lui. Viaggiavano da qualche mese per l'Europa con pochissimi soldi. L'uomo disse serioso: l'importante è stare insieme. Lei approvò, e a un certo punto mi si rivolse con parole di questo tenore: siamo obbligati a fare tante cose sceme fin da piccoli pensando che siano essenziali; quello che ci è successo è l'unica cosa sensata che mi sia capitata da quando sono nata.

IL LIBRO

Non avevo letto nessuno dei suoi libri, di questo mi attirava il titolo. Anche se è un commento un po' infantile, lo devo dire, scrive davvero molto bene, riesce a sostenere anche le parti dove in realtà non succede niente. E' una storia al femminile, dove però non credo molte donne si identificherebbero con il personaggio: uno spirito ribelle che non trova una vera alternativa a tutto ciò che sente come stretto.

Cesare Pavese, Maternità

Questo è un uomo che ha fatto tre figli: un gran corpo
poderoso, che basta a se stesso; a vederlo passare
uno pensa che i figli han la stessa statura.
Dalle membra del padre (la donna non conta)
debbon esser usciti, già fatti, tre giovani
come lui. Ma comunque sia il corpo dei tre,
alle membra del padre non manca una briciola
né uno scatto: si sono staccati da lui
camminandogli accanto.

La donna c'è stata,una donna di solido corpo, che ha sparso
su ogni figlio del sangue e sul terzo c'è morta.
Pare strano ai tre giovani vivere senza la donna
che nessuno conosce e li ha fatti, ciascuno, a fatica
annientandosi in loro. La donna era giovane
e rideva e parlava, ma è un gioco rischioso
prender parte alla vita. È così che la donna
c'è restata in silenzio, fissando stravolta il suo uomo.
I tre figli hanno un modo di alzare le spalle
che quell'uomo conosce. Nessuno di loro
sa di avere negli occhi e nel corpo una vita
che a suo tempo era piena e saziava quell'uomo.
Ma, a vedere piegarsi un suo giovane all'orlo del fiume
e tuffarsi, quell'uomo non ritrova più il guizzo
delle membra di lei dentro l'acqua, e la gioia
dei due corpi sommersi. Non ritrova più i figli
se li guarda per strada e confronta con sè.
Quanto tempo è che ha fatto dei figli?
I tre giovani vanno invece spavaldi
e qualcuno per sbaglio
s'è già fatto un figliolo, senza farsi la donna.

venerdì 31 ottobre 2008

SCUOLA


EHI, PROF!, Frank Mc Court, Adelphi

Una giovane supplente venne a sedersi accanto a me nella mensa professori. A settembre avrebbe avuto una cattedra sua, potevo darle qualche consiglio?

Scopri cos'è che ti piace farlo e fallo; alla fine il succo è questo. Ammetto che insegnare non mi è sempre piaciuto. Mi sentivo inadeguato. In aula sei da solo, sei una persona sola che ogni giorno deve affrontare cinque classi, cinque classi di teenager. Una unità di energia contro centosettantacinque bombe a orologeria. Devi vendere cara la pelle. Magari gli sei simpatico, magari ti vogliono addirittura bene, ma loro sono giovani e il mestiere dei giovani è cacciare via i vecchi dal pianeta. So che esagero, ma è come quando un pugile sale sul ring o un torero scende nell'arena: rischi un KO o un'incornata, e allora puoi dire addio all'insegnamento. Se resisti, però, impari i trucchi. E' difficile ma in classe devi creare le condizioni per sentirti a tuo agio. Devi essere egoista. Come dicono le compagnie aeree, quando manca l'ossigeno devi metterti la maschera prima tu, anche se d'istinto ti viene da salvare il bambino.

Il LIBRO
Parlare di scuola in questo periodo è contro tutte le norme sulla sicurezza: se sei fuori dal gruppo, rischi il linciaggio, e non in senso figurato! Ho finito, però, di leggere questo libro solo oggi e non l'ho fatto apposta. Mi è piaciuto molto Le Ceneri di Angela (l'autore è lo stesso), ci ho ritrovato la storia di mia madre: stessa povertà, stesso tipo di padre ma molta più allegria. Mia nonna riusciva a trovare il lato umoristico di ogni situazione. Quando però ho letto Che Paese è l'America, Frank Mc Court mi ha fatto incavolare. Nessuno dei figli di mio nonno è diventato un ubriacone, sfaticato o incapace di costruirsi una famiglia. Il passato, l'infanzia tragica non possono essere una scusa per come tenti di costruire la tua vita. Io insegno in un quartiere dove molte case sono ad edilizia popolare, molti dei miei bambini provengono da famiglie con problemi di tipo sociale (tralasciamo il lato economico) e io desidero e lavoro perchè da tutti possa venire qualcosa di buono e di bello. Dalla lettura di questo libro l'autore non ne esce proprio come un bravo insegnante ma sicuramente come uno che ci ha provato. E poi, e qui devo ripetermi, le esperienze si guardano e si prova ad imparare da esse, non si pontifica su di esse.


Dedicato a tutta la maggioranza silenziosa degli insegnanti che fa il proprio dovere, non ama esporsi ed evita i problemi: buon lavoro. E, ricordiamocelo più spesso, si vive una volta sola!

Susanna Tamaro, Il giornale, 29 ottobre 2008 :

Da venticinque anni vivo accanto al ministero della Pubblica Istruzione, in Viale Trastevere. Ogni autunno, al tempo della caduta delle foglie e della vendemmia, al tempo in cui le castagne cadono al suolo - quelle castagne che per decenni hanno popolato i sussidiari della scuola italiana - le grandi masse di studenti, come facessero parte del ciclico movimento della natura, cominciano ad agitarsi rumorosamente. L’autunno è ormai fisiologicamente la stagione degli scioperi e delle occupazioni. Cambiano i governi, cambiano i ministri, cambia vertiginosamente il mondo intorno, ma l’autunno resta il tempo della grande protesta. Quest’anno però l’usuale protesta ha assunto dimensioni abnormi e anche pericolose. Mai infatti era successo che scendessero in piazza i bambini delle elementari - azione gravissima - e che anche settori vasti e lontani dal mondo della scuola si mobilitassero in modo così virulento, come se si trattasse di uno scontro in cui è in gioco la sopravvivenza della civiltà. Il clima non è molto diverso da quello che ci fu al tempo della legge sulla fecondazione assistita. O sei di qua o sei di là. E se sei di là, sei un oscurantista, nemico del progresso e dell’uomo, una persona disprezzabile, da demonizzare e quindi io non prenderò mai seriamente in considerazione le tue idee, le tue riflessioni. A chi giova un clima del genere? A chi fa gioco impedire un discorso serio e maturo sul bene comune? Quello che deprime, in questa situazione, è l’alto livello di infantilismo, di immaturità. Mentre da una parte si cerca di risolvere un problema estremamente grave come quello della scuola, dall’altra si soffia irragionevolmente sul fuoco, fomentando antagonismi che nulla hanno a che vedere con la meditata proposta del programma. Salva la scuola, gridano migliaia di cartelli dai muri delle nostre città. Ma salvare cosa, da chi? Salvare quale scuola? Quella che produce ragazzi incapaci di esprimersi correttamente, che inzeppano i curricula vitae, le tesi, gli stessi concorsi della magistratura di strafalcioni che fanno inorridire? Quella che ci spinge agli ultimi posti dei livelli europei? Quella che ha istituito il demenziale sistema dei crediti e dei debiti formativi, delle miriadi di lauree che, se non fossero reali, provocherebbero minuti di serena ilarità? Ho frequentato le magistrali, arrivando anche a fare il concorso per insegnare perché ho sempre pensato che i primi anni di apprendimento fossero i più importanti e che dedicarsi a questo fosse una straordinaria avventura. Poi la vita mi ha portato in un’altra direzione, ma la passione non mi ha abbandonato. Scrivo libri per l’infanzia, inoltre ho quattro nipoti in età scolare e vivo con tre bambine che vanno alla scuola dell’obbligo. Per questo, posso dire che in Italia abbiamo ancora molte realtà straordinarie. Straordinarie per passione, per intelligenza, per creatività. E dove ci sono queste realtà, i bambini crescono appassionati, curiosi, aperti alla vita. Ma, accanto a queste che, ringraziando il cielo, non sono poche, si è insinuata, negli ultimi decenni, una volontà perversa dei legislatori che sembra avere l’unico scopo di complicare le cose semplici. La scuola elementare si chiama così, appunto, vorrei ricordarlo, perché deve insegnare gli «elementi base». Ad un certo punto però, agli illuminati riformatori, è parso che proprio questa scuola andasse modernizzata, «liceizzata», adeguata, cioè, alla complessità di informazione di questi tempi. La semplicità, l’essenzialità, la sobrietà andavano cancellate nel nome della modernità. Un bambino proiettato nel futuro, nei tempi meravigliosamente complessi che viviamo, non poteva avere quelle scarse nozioni ottocentesche che sono state la spina dorsale dell'educazione di intere generazioni. E così, ogni giorno, vedo uscire la piccola Martina piegata da uno zaino che contiene ben otto libri. Otto libri per la seconda elementare? E allora noi che abbiamo studiato sull’unico sussidiario, siamo tutti ignoranti? Tempo fa un padre, preoccupato, mi diceva: «Mia figlia sa tutto sulle piogge acide ma non ha la minima idea di cosa siano i decilitri e i millilitri». Certo, ci sono bambini estremamente informati, ma informati vuole dire preparati? E soprattutto, in un mondo che già bombarda informazioni, i bambini hanno bisogno di altre informazioni? O hanno bisogno piuttosto del sapere? In Europa siamo agli ultimi posti come preparazione scientifica. Come è possibile, mi chiedo, dato che ormai, per insegnare matematica alle elementari, bisogna avere una laurea? Una persona più preparata, di solito dovrebbe creare bambini più preparati, mentre sono sempre più confusi. «Segnala le entità equipotenti», ho trovato scritto nel libro di una mia nipotina di prima elementare. Lei mi guardava con sguardo smarrito chiedendo aiuto e io ho risposto con uno sguardo altrettanto smarrito. A un’altra, già in seconda, ho chiesto: «Quanto fa 1+1?» e lei trionfante ha risposto: «11». Eppure io, in prima elementare, avevo imparato che una ciliegia più una ciliegia fa due ciliegie e non ho mai avuto dubbi su questo.Perché tanta paura della semplicità, perché tanta paura della chiarezza? Forse perché si è perso di vista cosa vuol dire educare: dal latino ducere, vuol dire «condurre». Ma per condurre devo sapere qual è la direzione verso cui tendo. Se non so dove sto andando, se non so qual è la mia meta, come posso guidare le persone che mi sono affidate? Educare non vuol dire intrattenere, ma dare a un bambino i fondamenti etici sui quali potrà costruire la sua complessità di persona. Credo che una delle grandi emergenze di cui si parli poco, per non dire affatto, sia la precaria condizione del sistema nervoso dei bambini che vivono in questi tempi. Il loro cervello, spesso affidato a delle suadenti balie elettroniche, è sottoposto a una continua eccitazione di stimoli diversi. È proprio questa stimolazione forsennata, quest’abitudine a fare zapping che frantuma in loro qualsiasi possibilità di attenzione. E che cos’è l’uomo senza attenzione? Qualsiasi cosa io voglia fare - dal falegname all’astronauta, a scrivere una lettera d’amore - ho bisogno assoluto di attenzione e di concentrazione, devo saper collegare i gesti e sapere che, senza quel collegamento, non ottengo nulla. Oltre alla semplicità, all’altare della modernità abbiamo anche sacrificato l’idea che esista una natura umana e che questa natura vada rispettata e aiutata nella sua crescita. Per questo penso che togliere il maestro unico sia stata una grandissima stupidaggine come quella, tra l’altro, di abolire le magistrali. Un essere umano, per crescere, ha bisogno di stabilità, di certezze, di silenzio, solo così può riuscire a formarsi un suo pensiero e non sarà un docile soldatino nelle mani dei grandi manipolatori. La natura umana si forma nello sforzo, nella fatica, nell’idea che lo sforzo e la fatica siano passaggi fondamentali per crescere e imparare. Se non mi sforzo, se non mi applico, se non passo attraverso le forche caudine della noia, non sarò mai capace di costruire niente. E contro chi va questa confusione di intenti, questa mancanza di preparazione, se non contro le persone che un giorno saranno adulte e che avranno carenze nell’esprimersi? Saranno loro a pagarne il prezzo, perché il bambino incerto nelle nozioni della scuola elementare, sarà ancora più incerto alle medie e, alle superiori, costruirà una casa fatta di carta, pronta a volar via al primo soffio di vento. Ma un giorno la scuola e l’università finiranno, ci sarà l’incontro con il mondo del lavoro e con quali mezzi potranno affrontare un momento così importante? Come faranno a inserirsi in una società che è stata mostrata loro unicamente come antagonista? Non si tratta, a mio avviso, di essere di destra o di sinistra - io, ad esempio, ero molto negativa sulla riforma Moratti - ma di avere il coraggio di osservare la realtà e di affrontarla con quel sentimento così desueto ormai ma così importante che si chiama buonsenso e, assieme a quell’altro sentimento altrettanto lontano dai nostri giorni, che si chiama buona volontà, cercare di lavorare insieme per costruire, per una volta, il bene comune delle generazioni future alle quali finora abbiamo offerto degli esempi davvero pessimi.
Maria Zambrano

Nel vuoto delle aule accade qualcosa che va oltre ciò che si apprende materialmente in esse. Molti di coloro che sono passate attraverso di esse forse non hanno acquisito tante conoscenze com'era necessario. Ma nel frequentare le aule è accaduto qualcosa, in esse si insegnò qualcosa di essenziale per essere uomini: aprirsi al pensiero che cerca la verità.
Da Per amore e per la libertà






sabato 18 ottobre 2008

SORPRESA


THE ROAD TO NAB END, William Woodruff, Ted Smart

Remember, O most gracious Virgin Mary,
that never was it known
that any one who fled to thy protection,
implored thy help,
and sought thy intercession,
was left unaided.
Inspired with this confidence,
I fly unto thee,
O Virgin of virgins, my Mother,
to thee I come,
before thee I stand sinful and sorrowful.
O Mother of the Word Incarnate!
despise not my petitions,
but, in thy mercy, hear and answer me. Amen.




IL LIBRO
Mia suocera vive in una delle tipiche case inglesi su due piani, con le stanze piccole e moquette da tutte le parti. La vera Jessica Fletcher è lei. La sera si scalda la sua tazza di latte, prende uno dei libri gialli che tiene su uno dei gradini delle scale e che ha preso in prestito dalla biblioteca locale, attacca la coperta elettrica e legge a letto finchè si addormenta. Un giorno che ero da lei ho trovato questo libro sulle scale. Non credo sia stato tradotto in italiano e anche in Inghilterra è stato pubblicato solo da una piccola casa editrice. E' una specie di Le ceneri di Angela versione inglese. Racconta autobiograficamente del periodo tra le due guerre nella zona operaia dei cotonifici dell'Inghilterra del nord visto dagli occhi di un bambino. Non vi dico la mia sorpresa quando, leggendolo, ho trovato la versione inglese della preghiera di san Bernardo: mi ha commosso. Ero lì, in un salottino davanti al caminetto elettrico, tutta presa dalla vicenda di questo povero bambino e mi sono imbattuta in qualcosa che mi è molto familiare. La preghiera nel libro viene detta da una poverissima famiglia di origine irlandese, il cui padre per lo scrittore allora bambino, rappresenta il vero ritratto del santo. Nel viso di quest'uomo c'è una bellezza che nemmeno la propria madre, descritta come una donna bellissima, riesce a reggere il paragone. A me, generalmente, piacciono tantissimo i libri in cui gli scrittori raccontano di se stessi perchè di fronte ad un'esperienza uno può solo diventare spettatore, non c'è niente da obiettare o criticare. E questo è uno di questi libri. Bellissimo è l'episodio in cui il partito comunista cerca di fare proseliti tra i molti degli operai che fanno davvero la fame perchè la crisi è profonda (sembra che noi non siamo troppo lontani dalla stessa situazione), i cotonifici chiudono per la concorrenza del mercato indiano (un po' i cinesi di oggi per noi italiani) Li invitano a partecipare alla lotta, agli scioperi, che sono quelli veri, non quelli degli insegnanti che allungano il week end e non hanno nemmeno letto la riforma. Lo scrittore adolescente ne è affascinato, partecipa agli incontri e si infervora come i suoi compagni. Ad un certo punto però l' "agitatore" urla gli slogan contro i padroni e grida che bisogna odiarli. In quel momento lo scrittore si ricorda della nonna, elemento molto positivo nella sua famiglia, che gli ha sempre detto che odiare è sbagliato, comunque e dovunque. Allora lascia la sala triste.

P.S.
Stavo cercando alcune immagini per questo post e di scoprire qualcosa in più sull'autore, quando mi sono imbattuta nella notizia della sua morte. E' avvenuta a settembre. L'autore, professore universitario e storico, aveva 92 anni ed era circondato dalla sua famiglia. Aveva sette figli e viveva in Florida. Ha combattuto nella seconda guerra mondiale.

Questa una citazione dal suo libro
I was lucky to have been born and reared in Lancashire, doubly lucky to have been born poor.
E, ad un certo punto, ringrazia la sua città natale, di cui è comunque orgoglioso, per avergli dato la libertà di lasciarla, cercando così la realizzazione di sè.

domenica 12 ottobre 2008

APOCALISSE


Da BLUES DELLA FINE DEL MONDO, Ian McEwan, Einaudi
Gli Stati Uniti, a capo di più di quattro quinti della ricerca scientifica mondiale e tuttora terra dell'abbondanza, possono esibire al mondo un'infinità di analisi statistiche riguardanti le convinzioni religiose del paese. La litania è ben nota. Il 90% degli americani sostiene di non aver mai dubitato dell'esistenza di Dio e si dice sicuro che ciascuno sarà chiamato a rispondere dei propri peccati. Cinquantatre americani su cento sono creazionisti, convinti che l'età del cosmo sia di seimila anni. il 44% è certo che Gesù tornerà a giudicare i vivi e i morti entro i prossimi cinquant'anni. Soltanto il 12% crede che la vita sul pianeta si sia evoluta attraverso un processo di selezione naturale e senza l'intervento di un agente soprannaturale.

IL LIBRO

Una specie di saggio breve senza, però, uno scopo evidente. A meno che non sia un tentativo di estromettere Dio dalla storia. Mi dispiace che McEwan abbia avuto del tempo da perdere. Mia madre da bambina, per ragioni di guerra (era sfollata) è andata a scuola solo fino alla terza elementare. Le è sempre piaciuto leggere ma ha cominciato a trovare tempo per i libri solo dopo aver preso la licenza media con i corsi per gli adulti. Quando le prestai un libro di McEwan (quello in cui spariva una bambina al supermercato), mi disse che questo scrittore scriveva proprio bene. Ed è vero. Ma perchè le teorie apocalittiche? E' un tentativo davvero mal riuscito di dimostrare che se anche ci fosse un apocalisse, un Dio, di improbabile esistenza, non interverrebbe comunque, perchè tanto non muove un dito nemmeno nelle disgrazie quotidiane. Dico io: a che pro ricevere il dono dell'intelligenza se poi non riusciamo a vedere l'evidente?
Dell'apocalisse non ho paura, temo di più veder la "partenza" di chi ami uno alla volta, che l'andar via tutti insieme.
Mi è sempre piaciuta la scena del Titanic in cui la mamma rimbocca le coperte ai figli e sta lì con loro, quando ormai non c'è più niente da fare.
Speriamo che me la cavo!!!


Dal libro di Giobbe (14,1-6)
L'uomo, nato di donna, vive pochi giorni, ed è sazio di affanni.
Spunta come un fiore, poi è reciso; fugge come un'ombra e non dura.
E sopra un essere così, tu tieni gli occhi aperti e mi fai comparire con te in giudizio!
Chi può trarre una cosa pura da un'impura? Nessuna.
Se i suoi giorni sono fissati, e il numero dei suoi mesi dipende da te,
e tu gli hai posto un termine che non puoi varcare, distogli da lui lo sguardo perchè abbia un po' di tranquillità e possa godere come un operaio la fine della sua giornata.
P.S. Per fortuna c'è il Nuovo Testamento!!!

domenica 5 ottobre 2008

CORRISPONDENZA DEL CUORE


Da SUNSET LIMITED, Cormac McCarthy, Einaudi

- E in che cosa credi?
- In un sacco di cose.
- Va bene.
- In che senso, va bene?
- Va bene, quali cose?
- Credo in certe cose.
- Questo l'hai già detto.
- Probabilmente non credo più in una serie di cose in cui credevo una volta, ma questo non significa che non creda più in niente.
- Bè, fammi un esempio.
- Più che altro, credo nel valore delle cose.
- Nel valore delle cose.
- Si.
- Ok. Di quali cose?
- Di un sacco di cose. Le cose culturali, per esempio. I libri, la musica, l'arte. Cose di questo genere.
- Va bene.
- Queste sono le cose che per me hanno valore. Sono la base della civiltà. O quantomeno, un tempo avevano valore. Probabilmente oggi non ne hanno più così tanto.
- E cosa gli è successo, a quelle cose?
- La gente ha smesso di dar loro valore. Io ho smesso di dar loro valore. Entro un certo limite. Non saprei neanche spiegarle bene perchè. Quel mondo è in gran parte scomparso. E fra poco lo sarà del tutto.
- Non so se riesco a seguirti, professore.
- Non c'è niente da seguire. Va bene così. Le cose che amavo un tempo erano molto fragili. Molto delicate. Ma io non lo sapevo. Pensavo che fosero indistruttibili. E mi sbagliavo.
- Ed è questo che ti ha spinto a buttarti giù dal binario. Non una questione personale.
- Ma è una questione personale. E' proprio questo l'effetto dell'istruzione. Rende il mondo intero qualcosa di personale.
- Hm.
- Cosa, hm?
- Niente, stavo solo pensando che sono parole belle forti. Non mi viene in mente nessuna risposta, e magari la risposta non c'è per niente. Ma comunque devo proprio chiedertelo: a che servono idee del genere se poi non riescono a farti tenere i piedi incollati per terra quando arriva il Suset Limited a centotrenta all'ora?
- Bella domanda.
- Piace pure a me.

Commento al libro.
Si può definire un lungo dialogo o un breve romanzo. Il testo è di un'essenzialità quasi monastica, ogni pagina ha il suo spunto meditativo. Per chi sa cos'è, potrebbe essere una scuola di comunità, un appendice al Senso Religioso. Lo si legge sperando fino alla fine in una soluzione a noi consona. Invece il finale, che può non piacere, è un inno alla libertà dell'uomo che può scegliere anche una vita che non corrisponde alle esigenze del cuore. Può desiderare addirittura di non rivedere mai più la propria madre. Forse ciò che manca è proprio una compagnia.



Da un discorso dell' allora cardinale Josef Ratzinger "La corrispondenza del cuore nell'incontro con la Bellezza" (2002):
Egli (sta citando Kabasilas) distingue due tipi di conoscenza: la conoscenza attraverso l’istruzione che rimane conoscenza, per così dire, «di seconda mano» e non implica alcun contatto diretto con la realtà stessa. Il secondo tipo, al contrario, è conoscenza attraverso la propria esperienza, attraverso il rapporto con le cose. «Quindi, fintanto che noi non abbiamo fatto esperienza di un essere concreto, non amiamo l’oggetto così come esso dovrebbe essere amato». La vera conoscenza é essere colpiti dal dardo della Bellezza.